Refugia. L’arte come rifugio

Ripensare oggi l’arte come rifugio. È questa l’idea che mi balena senza tanti fronzoli concettuali: che oggi sia possibile, forse necessario, ripensare l’arte come rifugio. Che sia sopravvenuta in questi giorni di pseudo-quarantena, di ritorno a Parigi dopo aver soggiornato in Lombardia e Veneto, non deve essere un caso, ma non è in questa direzione biografica che voglio andare.

Ripensare oggi l’arte come rifugio: tre i termini in questione, a cominciare dall’“arte”, che intendo nel senso più ampio possibile: l’artisticità, i fenomeni artistici, la pratica artistica, la produzione artistica, l’opera d’arte, per procedere verso una progressiva materializzazione. Ugualmente valido il percorso opposto, dall’opera come ingombro nello spazio a un non meglio determinato fattore artistico. L’“oggi” lo identifico non tanto con la contemporaneità con cui viene designata l’arte contemporanea, e i cui limiti cronologici sono oggetto di un vasto dibattito che non è solo storiografico, quanto con l’era dell’Antropocene con cui stiamo cominciando a fare i conti.

Quanto al “rifugio”, si tratta del termine più inconsueto e ambivalente da cogliere. È chiaro, ad ogni modo, che la sua definizione si accompagna a una revisione delle altre due nozioni – l’arte e l’oggi – che, a pensarci bene, non sono meno ambigue del rifugio. La differenza è che, a forza di manipolarle, le sento più familiari e ho finito per addomesticare la loro ambiguità.

Fedele all’adagio deleuziano per cui non bisogna interpretare ma sperimentare, quella che segue è la prima di una serie di riflessioni sull’arte come rifugio. Seguirò il filo, a volte dipanato a volte cespuglioso, del pensiero e delle letture.

Sin da ora so che convocherò autori quali, nell’ordine confuso con cui mi  saltano in mente: Anna Tsing, Donna Haraway, Timothy Morton, Edoardo Viveiros de Castro, Gilles Tiberghien, Marielle Macé, François Hartog, Jacob von Üexkull, Emanuele Coccia, Emilie Hache, T. J. Demos, Denys Riout, Bruno Latour, Gabriel Tarde, Will Hunt, Geoff Dyer e altri nomi in genere poco commentati da storici e critici d’arte contemporanea.

Lascerò queste riflessioni farsi e disfarsi, esporsi alle sollecitazioni e alle contaminazioni più varie, postandole prima che si articolino in un testo compiuto dove tutto si tiene. Refugia sarà insomma una sorta di diario di bordo in cui, per usare un’immagine domestica, mi sposterò dal salotto alla cucina. Perché la fragilità che segna il nostro presente – quello stesso oggi qui in causa – c’induce a sperimentare forme di pensiero e di scrittura altre rispetto a quelle usuali, poco importa se accademiche o improntate al creative writing o, ancora meglio, all’uncreative writing di Kenneth Goldsmith.

La circostanza è legata a una piccola epifania, propria all’esperienza della lettura: all’interno di un libro un passo, che sia una paginetta, un paragrafo, una sola frase o una concatenazione di parole, vi parla e vi colpisce. Ma colpirvi è poco: letteralmente vi fulmina.

Non è l’“Eureka!” di Archimede, in seguito al quale, secondo la leggenda, lo scienziato uscì dalla vasca e si mise a correre nudo per le strade di Siracusa, perché qui non c’è niente da cercare. Più platealmente, un passo spalanca qualcosa che non è dell’ordine della comprensione razionale ma dell’ossessione, un tarlo che rode l’impalcatura dei nostri pensieri. Questa reazione è personalissima e non contenuta affatto in quel passo; altri lo leggono indifferenti, a loro volta fulminati da un altro passo che voi scorrete con gli occhi e col pensiero senza sussulti. Voglio dire che è una questione di predisposizione d’animo, un incontro fortuito e imprevedibile tra la voce dell’autore tradotta in forma scritturale e la nostra voce interiore che decodifica a modo suo quelle linee orizzontali.

Un pensiero messo per iscritto risuona con un pensiero ancora implume che circola nella nostra testa. Una scintilla basta a far propagare il fuoco. Esplosivo come l’incontro tra materia e anti-materia.

Sì, ma qual è il punto? Sto leggendo Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (2016, tradotto da Claudia Durastanti e Clara Ciccioni per Nero nel 2019) della filosofa e biologa americana Donna Haraway, che oggi riscuote anche in Italia l’attenzione critica che merita. L’argomento in questione è quello del cambiamento climatico, “ma anche dei danni provocati dalle sostanze chimiche tossiche, dell’attività estrattiva, dell’inquinamento nucleare, del prosciugamento dei laghi e dei fiumi sopra e sotto terra, della brutale semplificazione degli ecosistemi, dei vasti genocidi di persone e di altre creature” (p. 144) e così via – uno scenario assai familiare insomma.

Questi cambiamenti segnano il passaggio dall’era geologica dell’Olocene a quella dell’Antropocene – l’età dell’uomo, la nostra, che si voglia chiamare con questo nome controverso che scontenta i più o, come propone in queste pagine Haraway con un neologismo di non immediata presa, Chthulucene. Ora, Haraway è consapevole che manca un consenso scientifico tanto sul passaggio da un’era a un’altra quanto sulla definizione dei termini, l’Olocene e l’Antropocene. È ancora più evidente nel campo delle scienze umane – come delle scienze umane dell’ambiente (environmental humanities) – che oggi contribuiscono, con la loro sensibilità, a un dibattito prima circoscritto agli studiosi di stratigrafia.

Spulcio l’imponente apparato di note che accompagna i cinque capitoli di Chthulucene, sorprendente in un testo molto scorrevole come nella migliore saggistica anglo-americana. Mi rendo conto che, tra le varie posizioni evocate, Haraway ne sposa una in particolare: quella di Anna Lowenhaupt Tsing, sua collega antropologa all’università di California a Santa Cruz. La cosa mi riempie di piacere: Tsing mi è familiare per il suo bellissimo libro sui funghi, The Mushroom at the End of the World. On the Possibility of Life in Capitalist Ruins (Princeton University Press 2015). Mi è piaciuto così tanto da metterlo in programma del corso che ho appena terminato all’Accademia di Brera, Il Pianeta irritato, in omaggio a Il Pianeta irritabile di Paolo Volponi, e da contattare l’autrice per un’intervista a distanza che spero di realizzare in primavera.

Vediamo meglio. Secondo Anna Tsing, ricorda Haraway, un tratto distintivo dell’Antropocene rispetto all’Olocene c’è, ed è la distruzione dei refugia, “a partire dai quali un giorno potranno riformarsi assemblaggi di specie diverse (con o senza gli esseri umani) in seguito a eventi devastanti come la desertificazione, la deforestazione, e purtroppo tanto altro ancora…” (p. 144). Secondo questa narrazione, l’Olocene, prosegue Haraway, è stato “un lunghissimo arco temporale in cui non solo esistevano ancora i refugia, ma erano persino abbondanti, e capaci di sostenere il ripopolamento del mondo in tutta la sua diversità culturale e biologica. Forse chiamare questo scandalo Antropocene è un modo per indicare la distruzione di luoghi e momenti di riparo per gli umani e tutte le creature” (p. 144). Un passo simile lo ritrovo in nota (segno che un po’ di editing in più al libro non guastava), dove Haraway formula il suo pensiero in modo ancora più esplicito: “Forse l’atrocità degna di un nome come Antropocene riguarda la distruzione di tempi e luoghi di rifugio per le persone e le altre creature” (pp. 222-223). Non si tratta insomma di una questione meramente ecologica: “Al momento la Terra è piena di rifugiati, umani e non umani, senza più rifugio” (p. 145).

I passi di Tsing sono incastonati nel capitolo che costituisce la pietra angolare del libro di Haraway, “Generare parentele: Antropocene, Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene”, con quel richiamo al “making kin” (generare parentele) che dà il titolo all’edizione originale (Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene). Qui Haraway esplicita anche la sua posizione: “Per vivere e morire bene da creature mortali nello Chthulucene è necessario allearsi con le altre creature al fine di ricostruire luoghi di rifugio: solo così sarà possibile ottenere un recupero e una ricomposizione parziale e solida della Terra in termini biologici-culturali-politici-tecnologici” (p. 146). Anche questo passo si trova, con poche varianti, nelle note (p. 223, editor, dove sei?).

L’Antropocene come distruzione dei refugia: ecco l’ipotesi che mi fa riflettere. Mi chiedo spesso quale sia il ruolo dell’arte davanti alle sfide poste (imposte?) dall’Antropocene, e raramente trovo risposte convincenti. E se  oggi una delle chance per l’arte consistesse proprio nella costruzione, per quanto effimera, per quanto precaria, di refugia?

In un viaggio transalpino in treno, lungo e senza connessione internet, non posso cercare l’articolo di Anna Tsing, il cui titolo è tutto un programma: Feral biologies. Così proseguo la lettura di Chthulucene, cui sento di dover rivenire dopo un forse ampio periplo, fantasticando su quel “feral”, che in inglese non è sinonimo di esiziale come il nostro “ferale”, ma neanche di selvaggio o selvatico che traducono piuttosto “wild”. “Feral” si riferisce invece a un animale addomesticato che torna a uno stato di natura o selvaggio. Cosa intenderà mai Tsing per biologia ferina?

Immagine di copertina: Ralph Morse, Littered Desk in Study belonging to Albert Einstein, 1955 © Time Inc.

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.