Benvenuto in clausura

Non sono né un virologo né un epidemiologo, eppure mi sono fatto l’idea che – pur essendo io ultra-settantenne, e quindi parte della popolazione a maggior rischio – ho poco da temere dal coronavirus per la mia salute. «Per la mia» per ragioni di pura probabilità, come quando prendo un aereo: potrebbe cadere, ma è improbabile. In effetti, finora ci sono stati 3000 morti nel mondo. Niente rispetto agli 80.000 deceduti per banali influenze nel corso del 2019. I morti in Italia per l’epidemia (50 nel momento in cui scrivo) sono probabilmente meno dei deceduti per incidenti stradali nello stesso periodo, per non parlare dei morti sul lavoro. Insomma, non temo affatto il contagio. Mi preoccupa piuttosto il contraccolpo economico per un paese, il nostro, da tempo in declino.

Ma so anche che la mia noncuranza, pur avendo una base razionale, è civicamente riprovevole: se fossi un buon cittadino, dovrai comportarmi come se fossi in preda al panico. Perché tutto ciò che facciamo in Italia (chiusura delle scuole, degli stadi, dei musei, ecc.) ha una funzione puramente preventiva. Gioca sui grandi numeri, facendo appello a ciascun particulare.

Il panico che ha colto l’Italia (ma non solo, in tutta Europa non si parla d’altro) è stato insomma una scelta politica – o biopolitica, come Roberto Esposito ci ricorda – voluta in primis dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Perché oggi, in un’epoca in cui le grandi democrazie producono leadership grottesche, sono le grandi organizzazioni sovra-nazionali come l’OMS – e la World Trade Organization, e il Fondo Monetario Internazionale, e la Banca Centrale Europea, e le altre banche centrali, ecc. – a prendere le vere decisioni (per fortuna), rimediando così in parte alle bizze neo-fasciste delle democrazie. Tedros Adhanom, l’etiope che dirige l’OMS, è stato chiaro sulla necessità di prevenire: sa che per ora il Covid-19 non crea disastri, e che potrebbe alla fine risolversi in una influenza solo un po’ più infida. Ma potrebbe anche diventare ciò che l’influenza detta «spagnola» fu nel 1918: infettò un terzo della popolazione mondiale provocando tra i 20 e i 50 milioni di morti, più vittime di tutte quelle militari della guerra mondiale. Insomma, quel che fa paura non è ciò che si sa, ma ciò che non si sa, e di questo virus sappiamo ben poco. Impariamo a conoscerlo giorno dopo giorno, esso crea l’angoscia – non irrazionale – dell’ignoto.

Da notare che con la «spagnola» i poteri politici fecero esattamente il contrario di quello che stanno facendo ora: tacquero sull’epidemia, perché in gran parte i loro paesi erano in guerra. Si chiama «spagnola» perché all’epoca solo in Spagna, che non era in guerra, i media ne parlavano. Oggi i poteri (ripeto, sempre più sovranazionali, anche in economia) hanno scelto la strategia del panico, in modo da spingere la gente a isolare il virus. E in effetti, l’isolamento dei malati resta, da secoli, la strategia migliore per soffocare epidemie non curabili. La lebbra fu contenuta in Europa – come ricorda anche Foucault – proprio isolando il più possibile i lebbrosi, spesso relegati in isole fuori del mondo, come Molokai nelle Hawaii, su cui sono stati girati vari film.

Nell’agosto 2011 mi trovai a New York mentre stava per essere investita dall’uragano Irene, che aveva già devastato le Antille. Mi colpì come attraverso i media tutti gli esperti e i politici dessero messaggi francamente catastrofisti ai cittadini: «sarà un disastro – dicevano – perché i newyorkesi sono strafottenti, snob». In realtà i newyorkesi seguirono perfettamente le prescrizioni (anche io sgombrai il giardino di casa seguendo le ordinanze), Irene passò su New York senza fare danni. Allora, quegli esperti e politici si erano del tutto sbagliati, si erano divertiti a terrorizzare la popolazione? No, fu proprio perché la popolazione si era spaventata che il disastro era stato evitato. In certi casi seminare il terrore può essere più saggio che prendere le cose “con filosofia”.

Mettiamo che l’Italia, presa nel suo insieme – dai media ai dirigenti governativi – avesse deciso la strategia “spagnola”, di non prendere precauzioni lasciando che la Covid-19 si espandesse in Italia come qualsiasi altra influenza. Tutti i paesi, anche europei, avrebbero subito isolato l’Italia, considerata tutta intera un focolaio: questo avrebbe provocato danni economici ben più massicci di quelli che, già ora notevoli, subisce l’Italia. Quando gli altri hanno paura – ad esempio gli israeliani e i qatariani, che hanno proibito l’accesso agli italiani nei loro paesi – è meglio anche per noi avere paura. Talvolta, aver paura è atto di coraggio.

Mettiamo che, una volta lasciata libera l’influenza, 10 milioni di italiani se la fossero presa. Se è vero, come appare dai primi calcoli, che il coronavirus è mortale per il 2% di chi lo prende, questo significa che sarebbero morti 200.000 italiani, per lo più anziani – ipotesi che molti non considerano del tutto negativa, perché avrebbe dato respiro alle casse dell’INPS. Perché non sfrondare di un po’ di anziani un paese che invecchia a vista d’occhio? – pensano senza dirlo. Non credo però che l’opinione pubblica avrebbe accettato 200.000 morti, le opposizioni sarebbero insorte e il governo sarebbe stato cacciato a furor di popolo, quindi Salvini avrebbe vinto le elezioni con il 60% dei consensi. Insomma, le misure precauzionali pur così dolorose – soprattutto per i danni economici – sono il male minore.

Le misure prese in Italia non sono quindi, come sostiene uno dei miei filosofi preferiti, Agamben, il risultato dell’istinto dispotico delle classi dirigenti, che amerebbero visceralmente lo «stato di eccezione». Pensare che le misure prese in Cina, in Cora del Sud, in Italia, ecc., siano effetti di un complotto è cadere in quelle che altri filosofi hanno chiamato «teorie cospiratorie della storia». Le chiamerei interpretazioni paranoidi della storia, come i tanti milioni che sono convinti che l’11 settembre 2001 sia stato ordito dalla CIA. La mia colf, brava donna, è persuasa che l’epidemia sia stata tramata da «gli arabi», con i quali lei intende, suppongo, i mussulmani. Che ci si ispiri alla propria parrocchia o a Carl Schmitt, che si sia ignoranti o dottissimi, molti di noi hanno bisogno di fabbricarsi i loro untori.

Sono spesso stupito di quanto spesso occorra ricordare a molti filosofi qualcosa che, parafrasando Amleto, suona: ci sono molte più politiche in cielo e in terra che in tutta la tua filosofia.

Quando dico di essere convinto che questa epidemia produrrà calamità economiche (una crisi come quella del 2008?) ben più che sanitarie, mi metto quindi in una prospettiva ottimista.

E anche io da domani cercherò, pur ridacchiando, di fare il buon cittadino. Eviterò certi luoghi pubblici. Non andrò a trovare gli amici al Nord, e sconsiglierò loro di venire a trovarmi.

Del resto, gli effetti di questa epidemia rafforzeranno una tendenza che comunque avrebbe prevalso, e di cui lo “smart working”, lavorare a casa evitando l’ufficio, è solo un aspetto. Sempre meno ogni mattina ci imbarcheremo su mezzi pubblici o privati per andare in posti di lavoro; sempre più, col computer, lavoreremo in casa, la quale diventerà anche il nostro ufficio. E grazie alle rivoluzioni Amazon e Netflix non avremo più bisogno di fare shopping nei negozi, né vedere film al cinema, né comprare libri nelle librerie: negozi, cinema, librerie (ahimè) spariranno, tutto si farà da casa. La vita si “focolarizzerà” o si “accaseggerà” (dobbiamo già pensare ai neologismi). Anche le scuole spariranno: attraverso aggeggi tipo skype, i ragazzi seguiranno da casa le lezioni dei professori. La clausura generalizzata dovuta all’epidemia (o meglio, al prevenirla) diventerà la nostra forma di vita abituale.

Immagine di copertina: Roy Andersson, You, the Living

già ricercatore del CNR a Roma, esercita come psicoanalista e scrive da filosofo. È stato Visiting Researcher alla New School for Social Sciences di New York, insegna psicoanalisi in vari istituti in Russia, Ucraina e Italia. È presidente dell'Istituto psicoanalitico Elvio Fachinelli. Ha fondato nel 1995 l’”European Journal of Psychoanalysis”, di cui è ancora direttore. È redattore della rivista di psicoanalisi “American Imago”, e della rivista americano-iraniana “Psychoanalytic Discourse”. Ha collaborato e collabora a varie riviste culturali sparse per il mondo, americane, tedesche, francesi, ungheresi, spagnole, italiane, lituane, ecc. Ha pubblicato vari libri in italiano e in molte altre lingue. Tra i più recenti: “Accidia” (il Mulino), “La gelosia” (il Mulino), “Lacan oggi” (Mimesis), “Leggere Freud” (Orthotes), “Godere senza limiti” (Mimesis), “Conversations with Lacan” (Routledge)

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