Vedere è amare. Ancora su John Berger

E’ stato ripubblicato da il Saggiatore, a cura di Maria Nadotti, E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto di John Berger. Per chi conosce l’opera di Berger, i suoi magistrali saggi sull’arte di vedere, questo libro è abbastanza disorientante. Si tratta di una raccolta di poesie e “kleinen Form” (narrative e saggistiche), riunite in due grandi sezioni, Una volta e Qui. Sullo sfondo aleggia la figura di una amata alla quale ogni testo è destinato. Gli argomenti di cui Berger tratta, però, sono spesso tutt’altro che sentimentali, tutt’altro che legati a un repertorio amoroso. Vi appaiono, anzi, intense riflessioni sul tempo, lo spazio, l’universo, l’infanzia, la politica, la storia, la speranza, la patria, l’emigrazione, la pittura, la fotografia e molte altre cose ancora. Non direi proprio che si tratti di un libro intimo e nemmeno sentimentale. Non è, cioè, il racconto di una relazione amorosa. Chi quindi vuol pescare nel torbido, dando fondo al voyeurismo da cui tutti siamo un po’ afflitti quando si tratta dei nostri idoli, lasci pur perdere.

Eppure, questo di Berger, è un libro che parla dell’amore ma di un amore che sta prima di ogni cosa, prima di ogni individuo. E’ come se, nelle spesso molto belle pagine di questa scrittura, l’amore apparisse come una sorta di condizione di possibilità, potremmo anche dire di trascendentale, del vedere. La tesi potrebbe essere descritta molto semplicemente: non si dà visione che a partire da un rapporto d’amore. Se non c’è innamoramento per il proprio “oggetto”, per la realtà, per il mondo, non si vede nulla, ci si limita a percepire, catalogare, incasellare, definire.

Vedere è, però, altro dal percepire. Vedere, in qualche modo, significa iniziare una relazione d’amore con il mondo; significa percepire il mondo come ciò che, nella sua distanza, nella sua alterità inappropriabile, è detentore del nostro io, polarizzatore del nostro desiderio di senso, della nostra volontà di comprenderci. Vedere è riconoscere se stessi nella distanza dell’alterità di un mondo indipendente da noi. Si faccia attenzione: vedere non significa ritrovare se stessi nell’altro, quasi che la visione fosse una forma di proiezione del sé, della propria ombra, sull’altro, ma piuttosto scorgere la propria interiorità sulla superficie dell’altro o, per dirla altrimenti, nell’esteriorità impenetrabile dell’altro. Quando io vedo davvero è perché io vedo me stesso nell’altro. E’ l’altro che rivela il mio io, proprio perché – grazie al desiderio e al trasporto amoroso – io posso uscire da me e vedermi altro da me: vedermi negli occhi dell’altro, occhi nei quali, guardandoli, sprofondo.

John Berger a Londra, 1966. © Libby Hall

Si apre qui, come sempre nella riflessione sul vedere di Berger, una stratificazione e moltiplicazione dei piani che sottrae l’arte di vedere a tutti i lordi specialismi, alle aride teorie della percezione o ai frigidi filologismi otto-novecenteschi. Vedere è un lasciarsi trasportare, leggeri come foto, da una cosa all’altra; amando ogni cosa nella sua distanza, temporale e spaziale. Non è l’occhio biologico il vero vedente, ma una sorta di occhio interiore che vede quel che è invisibile al suo omologo fisico. Cos’altro sta descrivendo, qui, Berger se non lo sguardo d’amore? Il visibile (l’amato) ci porta a credere alla realtà dell’invisibile (l’amore). Questo processo, questo passaggio ininterrotto dal visibile all’invisibile si dà nella realtà, nella realtà dell’occhio, ma solo attraverso la presa di coscienza di un altro occhio, l’occhio interiore, “che trattiene e assembla e dispone, come in un interno, come se ciò che è stato visto potesse essere per sempre parzialmente protetto dall’agguato dello spazio, vale a dire dall’assenza”. Vedere è salvare ciò che amiamo dalla sua dispersione nel flusso del visivo. Vedere, in qualche modo, è preservare o, ancor meglio, proteggere dalla scomparsa, dall’assenza. E, in questo senso, vedere è attingere, non solo al dato, al visibilmente accertabile, ma all’immaginazione che l’occhio interiore coltiva dentro di sé per preservare ciò che è fuori di sé, per donare un senso all’insensato flusso delle immagini. “Con il suo occhio interiore l’uomo sperimenta lo spazio della propria immaginazione e riflessione. Di solito è al riparo di questo spazio interiore che egli situa, conserva, coltiva, lascia che si scateni o costruisce il Significato”.

Non si dà reale visione, reale e sensata visione, se non a partire da uno spazio interiore e immaginifico – nulla di più distante dalla iconografia filologizzante o dai metodi oggettivi della teoria della percezione. E’ necessario, in qualche modo, lasciare che l’immaginazione percorra tutta la distanza che ci separa dall’immagine perché un’immagine assuma un senso, un senso vivente. Solo così ogni immagine, come ogni cosa, assume un senso unico, assolutamente singolare e irripetibile; un timbro sonoro, una voce inconfondibile, qualunque sia la lingua in cui parla. Ogni immagine, ogni cosa, diventa una cosa amata, concreta e fisicamente insostituibile: lei e solamente lei, quella che riempie la mia vita con la sua presenza e la svuota con la sua assenza. Ancora una volta, Berger fa un passo oltre e, attraverso parole d’amore, come mai ci saremmo aspettati di trovarle formulate, ci insegna a vedere. Perché vedere è molto più semplice e complesso di quel che abbiamo sempre pensato. Vedere è amare e, forse, amare è vedere.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).

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