Razionalità capitalista e natura – “Gli Impiegati” 3

Ma come si presentano i volti degli impiegati che riempiono i casermoni, gli uffici e le strade di Berlino? Quali sono le tessere con cui Kracauer riesce a costruire il “mosaico” della condizione di impiegato della Germania negli anni Trenta? Nel celebre romanzo di Hans Fallada E adesso, pover’uomo (1932) si mette in scena l’inesorabile declino causato dalla ‘crisi’ economica di un giovane e mite impiegato tedesco Johannes Pinnenberg e di sua moglie Emma Mörschel, figlia di operai socialdemocratici. Nel primo incontro con quella che diventerà la suocera di Johannes, la signora a proposito dell’impossibilità della figlia di portare in dote alcunché a causa delle ristrettezze economiche della famiglia, afferma: “Ma neanche lei porta niente. Non ha l’aria di uno che pensi a risparmiare. Quando si va in giro vestiti a ‘sto modo, da parte non resta niente”.[1] In questa breve e tagliente battuta, la signora Mörschel coglie la distanza e l’estraneità del genero non tanto rispetto alla propria condizione economica, quanto piuttosto rispetto all’autorappresentazione sociale: tale differenza è segnalata dal differente modo di vestire e da un differente uso del denaro, nonostante, appunto, il salario del giovane impiegato non si discosti da quello del suocero operaio.

Per Kracauer gli impiegati sono il prodotto della “razionalizzazione” che è stata introdotta nella produzione e nel mondo del lavoro tedesco tra il 1925 e il 1928. Tale “razionalizzazione” è stata caratterizzata dall’ingresso negli uffici delle macchine e dei metodi del “nastro trasportatore”.[2] La classe impiegatizia tedesca che prima di questa “razionalizzazione” era ancora quasi esclusivamente al servizio dello stato o in ogni caso plasmata su di essa, ora è costretta a mansioni sempre più semplici e banali, sempre meno qualificate. Nel quadro di questa analisi, Kracauer cita Emil Lederer Die Umschichtung des Proletariats (1928) in cui l’economista e sociologo si spinge a notare che ormai “gli impiegati condividono il destino del proletariato” e che “lo spazio sociale in cui troviamo ancora la schiavitù moderna… oggi non è più l’impresa in cui lavora la grande massa degli operai, questo spazio sociale è l’ufficio”.[3] Kracauer, fin dalle prime pagine cerca di aprirsi un varco nel velo ideologico che avvolge interamente la condizione dell’impiegato: gli impiegati non sono un nuovo “ceto medio”, o se per un istante questa è stata la loro condizione, il sogno è finito e nessuno di loro però sembra volersi risvegliare. Imprenditori, sindacati, sociologi e partiti politici fanno a gara per spingere gli impiegati in un sonno sempre più profondo. Nella Berlino della fine degli anni Venti, gli impiegati sono le nuove figure che compongono l’esercito del proletariato; se fino a pochi anni prima gli impiegati potevano ancora ricoprire la funzione di “sottoufficiali del capitale” ora sono stati degradati a soldati semplici del tutto interscambiabili fino a costituire un nuovo “esercito industriale di riserva degli impiegati”. [4]

In questo senso, la parola “razionalizzazione” per Kracauer non deve essere sovrapposta o confusa con “emancipazione” o con miglioramento delle condizioni di vita o più semplicemente delle condizioni di lavoro. La ratio cui Kracauer si riferisce è confinata alla meccanizzazione dei processi lavorativi o ai geometrici flussi delle adunate di massa o ai movimenti perfettamente sincronizzati delle gambe delle Tillergirls. In breve, si tratta della ratio del capitalismo che, come osserva Bodei “per Kracauer non è la ragione stessa ma una ‘ragione distorta’, che non razionalizza il mondo troppo, ma troppo poco, che permette alla naturalità cieca dei processi spontanei di ricomparire al livello delle società organizzate”,[5] come emerge con estrema chiarezza da un passo della Massa come ornamento (1927):

“Certo l’uomo come essere organico è scomparso dalle figure ornamentali, ma non per questo viene alla luce il suo fondamento umano, anzi la restante particella della massa si chiude nei suoi confronti, come solo qualche formale concetto generale. Certo le gambe delle Tillergirls si muovono ondeggiando parallele, ma non i corpi nella loro naturale unità; certo, anche le migliaia di persone nello stadio formano tutte insieme una stella, ma la stella non brilla e le gambe delle Tillergirls non sono che l’astratto contrassegno dei corpi. Dove la ragione spezza il tessuto organico e strappa la superficie naturale comunque configurata, là essa parla, là scompone la figura umana, affinché la verità non distorta possa dare all’uomo una nuova forma. Nella configurazione ornamentale della massa la ragione non è penetrata, i suoi disegni sono muti. La ratio che la produce è grande abbastanza per sollecitare la massa e per cancellare via dalle figure la vita organica, ma è troppo scarsa per ritrovare gli uomini nella massa, per far trasparire dalle figure conoscenze razionali”.[6]

Dalle pagine della Massa come ornamento si evince che la ratio capitalistica strappa la “superficie naturale” per tornare però a prendere ancora una volta sembianze naturali. Questa ratio sembra in lotta con la “magia”, ma reintroduce il mito e il culto in ogni sua attività. Per dirla nei termini di Per la critica della violenza (1921) di Benjamin, la ratio meccanizzante del capitalismo è ancora una forma di diritto mitico che impedisce l’insediarsi della giustizia.[7]

Anche negli Impiegati, come nella Massa come ornamento, il rivolgersi alla natura tipico del weekend impiegatizio, delle attività sportive e dei dopolavoro è interpretato come una incapacità della ratio capitalistica di disvelare il vero volto dell’uomo e di costruire nella vita comunitaria una forma di esistenza giusta. In questo senso, sono particolarmente importanti tutti i riferimenti di Kracauer alla “natura” e al “naturale” in quanto modalità attraverso cui la ratio limitata del capitalismo promuove sé stessa (il weekend, la ‘vita all’aria aperta’, lo sport ecc.) o nasconde dietro questa maschera le differenti forme di ingiustizia attraverso cui esercita il potere e dà forma alla realtà. Per Kracauer, infatti, osserva Benjamin, “un certo commesso viaggiatore nel ramo tabacchi che è la personificazione stessa dell’astuzia e del mestiere è natura”[8] mentre la “sociologia tradizionale parlerebbe di degenerazioni”.[9] E ancora con decisione e chiarezza replicando a un sindacalista che contrappone all’assurdità del sistema produttivo capitalistico finalizzata al profitto, la lussureggiante ricchezza della natura, Kracauer argomenta con queste parole:

“Come si è già osservato, si contrappone al sistema economico attuale un preteso diritto naturale, senza rendersi conto del fatto che proprio la natura, che a ben vedere si incarna anche nei desideri capitalistici, è uno dei suoi alleati più forti, e che la sua incondizionata esaltazione contrasta, inoltre, con la pianificazione della vita economica”.[10]

Tra capitalismo e natura non vi è alcuna contrapposizione già data, ma anzi nella natura si incarnano anche i miraggi e i desideri prodotti dal capitale e la natura può arrivare a essere “uno dei suoi alleati più forti”.[11] Dagli anni Trenta sempre più spesso, con ancor maggior forza dopo il crollo del socialismo reale, abbiamo assistito alla diffusione del pregiudizio secondo il quale tra ratio capitalistica, progresso e leggi di natura vi sia una perfetta sovrapponibilità, al punto che oggi il capitalismo globale è percepito come una sorta di ambiente naturale che avrebbe concluso il corso della storia. Mark Fisher in Realismo capitalista (2009) ha mostrato la paradossale condizione in cui oggi ci troviamo: è più facile immaginare la fine del pianeta che non alla fine del capitalismo.[12] Questa forse è l’ultima figura di quella “incarnazione” dei “desideri capitalistici” di cui accennava Kracauer negli Impiegati.


[1] H. Fallada, E adesso, pover’uomo? tr. it. di M. Rubino, Sellerio, Palermo 2008, p. 46.

[2] Infra, p. 27.

[3] E. Lederer, Die Umschichtung des Proletariats, citato da Kracauer, infra, p. 28.

[4] Infra, p. 28.

[5] R. Bodei, Le manifestazioni della superficie, in S. Kracauer, La massa come ornamento, cit., p. 19.

[6] S. Kracauer, La massa come ornamento, in Id., La massa come ornamento, cit., pp. 107-108.

[7] Sulla dialettica diritto-giustizia in Benjamin, mi permetto di rinviare alle sintetiche osservazioni e alla bibliografia nelle voci “Violenza” e “Nuda vita” del lemmario a cura di Andrea Pinotti, Costellazioni. Le parole di Walter Benjamin, Einaudi, Torino 2018.

[8] W. Benjamin, Un isolato si fa notare, in Id., Scritti 1930-1931, cit., p. 142

[9] Ibidem.

[10] Infra, pp. 138-139.

[11] Infra, p. 139.

[12] Si rinvia al saggio di Mark Fisher, Realismo capitalista, tr. it. di V. Mattioli, Nero Editions, Roma 2018.

Immagine di copertina: Nina Leen, Macy’s department store employee Janet Steurer (C) looking for a place to sit in the store’s cafeteria, 1948, © Time Inc.

è docente distaccato all’Istituto nazionale Parri; insegna Filosofia contemporanea e Storia della comunicazione sociale all’Accademia di Brera; è docente a contratto al Dipartimento di Filosofia “P. Martinetti” della Statale di Milano. Al centro dei suoi studi la cultura visuale, il rapporto tra immagini e storia e l’uso politico delle immagini; le forme della testimonianza. Tra le ultime pubblicazioni: diversi capitoli in A. Pinotti (a cura di), “Costellazioni. Le parole di W. Benjamin”, Einaudi, Torino 2018; “Le immagini delle guerre contemporanee” (Meltemi, 2018), “Filosofia della fotografia” (con F. Parisi, Raffaello Cortina, 2013), “Potenza dell’arte e necessità dell’estetica” (Mimesis, 2012). Ha curato l’edizione italiana di diversi testi tra cui Petter Moen, “Møllergata 19”, Quodlibet, 2019; E. Jünger ed E. Schultz, “Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del nostro tempo” (Mimesis, 2017, 2 ed.); S. Kracauer, “Gli impiegati”, Meltemi, 2020; K. Tucholsky, J. Heartfield, “Deutschland, Deutschland über alles”, Meltemi, 2018. È membro della redazione di “Italia contemporanea” e di “Novecento.org”; dirige la collana “Estetica e culture visuali” di Meltemi.