La “carnagione moralmente rosa” dei “senzatetto” – “Gli Impiegati” 4

Per comprendere l’esistenza degli impiegati e il posto che è loro assegnato nella società tedesca, Kracauer punta lo sguardo sul processo di selezione degli impiegati come su un passaggio essenziale che apre alla visione della rappresentazione sociale del ceto e all’autorappresentazione del singolo impiegato. La selezione del personale è il primo stadio della produzione del tipo impiegatizio. Dall’analisi emergono alcuni elementi che sono assai differenti rispetto al modello di selezione del passato: certo come decenni prima i candidati sono sottoposti a prove attitudinali, ma sempre più decisivi sono gli esami psicotecnici, le perizie grafologiche e una “selezione fisica” che mira a un ideale di lavoratore del tutto nuovo. Kracauer domanda al direttore di un celebre emporio berlinese quale sia a suo giudizio la caratteristica più importante per un aspirante impiegato e la sua risposta è l’“aspetto gradevole” e ancora incalzato da Kracauer precisa: “Grazioso non è esatto. Decisiva è piuttosto la carnagione moralmente rosa, Lei sa…”.[1]  Questa ‘qualità’ è una perfetta sintesi di ciò che il mercato chiede di essere agli impiegati, del tipo umano che imprenditori e mass media stanno producendo su vasta scala come nuova figura del lavoro e della vita:

Una carnagione moralmente rosa: la combinazione di questi due concetti rende tutt’a un tratto trasparente la vita quotidiana che è rappresentata dalle vetrine, dagli impiegati e dai giornali illustrati. La sua morale deve essere colorata di rosa, il suo rosa deve avere una tinta morale. Così desiderano coloro che hanno il compito della selezione. Vorrebbero ricoprire la vita con una vernice che nasconda la sua realtà tutt’altro che rosea. Guai se la morale si spingesse sotto la pelle, e se il rosa non fosse più abbastanza morale da impedire l’eruzione dei desideri. La tetraggine di una morale non imbellettata metterebbe in pericolo il sussistente allo stesso modo di un rosa che cominciasse ad accendersi immoralmente. Affinché si elidano entrambi, i due momenti vengono congiunti”.[2]

Nella locuzione “carnagione moralmente rosa” affiora il meccanismo della “razionalità” economica di cui anche gli impiegati sono un prodotto: il modo di apparire non è una decisione individuale – per quanto possa poi essere rivendicata come tale dall’individuo stesso – ma secrezione del sistema economico che avvolge la pelle di ogni singolo impiegato. E ancora: copertura ideologica della realtà, perbenismo morale, blocco dei desideri e delle aspirazioni sono tutti elementi fondamentali che contribuiscono alla selezione/produzione della figura dell’impiegato. La morale come cosmesi, così come il blocco di ogni forma possibile di immoralità impediscono qualsiasi forma di rivolta, bloccano ogni articolazione critica teorica e pratica, tengono in equilibrio e in scacco schiere di impiegati impedendo ogni soddisfacimento delle loro richieste e paralizzando l’articolazione di sogni e desideri. Dal processo di selezione emerge come la dimensione del lavoro esca dai confini della professione stessa: si mira a selezionare un tipo di anima e a fare sì che quest’anima si manifesti in superficie.

Gli impiegati devono collaborare, che lo vogliano o meno. La corsa ai numerosi istituti di bellezza è anche determinata da una preoccupazione per la propria esistenza, l’uso dei cosmetici non è sempre un lusso. Per la paura di essere dichiarati fuori uso come merce invecchiata le signore e i signori si tingono i capelli, e i quarantenni praticano lo sport per mantenersi snelli. Come devo fare per diventare bello? è il titolo di un opuscolo che è stato recentemente lanciato, e che secondo la pubblicità apparsa sui giornali insegna i mezzi ‘con cui apparire giovani e belli subito e a lungo’. La moda e l’economia collaborano l’una con l’altra”.[3]

Moda ed economia fanno morsa sui singoli impiegati: l’essere alla moda, la cosmesi del corpo, il fitness non sono un lusso nella vita degli impiegati, ma una condizione di sopravvivenza, già alla fine degli anni Venti. Probabilmente questa dimensione estetica e psichica allo stesso tempo entra per la prima volta nella storia del lavoro come un elemento essenziale attraverso cui si accede all’impiego e lo si cerca di mantenere. E nello stesso tempo in questo training psichico ed estetico a un modello lavorativo – percepito dal singolo impiegato come ‘scelta della propria personalità’ – si svela un nuovo modo dell’esercizio del potere della classe dominante che arriva fino a oggi. In questa mutazione della prestazione lavorativa si assiste alla frammentazione della classe di appartenenza e a un’inedita pressione sul lavoratore che è sempre più solitario e che è spinto in tutti i modi a coltivare la dimensione puramente individuale, sia a livello contrattuale, sia appunto a livello esistenziale, in una sorta di inedita condizione ‘naturale’ di homo homini lupus. Kracauer riconosce nel ceto impiegatizio quello in cui il meccanismo economico-produttivo e i suoi imperativi entrano nell’anima del singolo individuo e ne coglie pure le vie mediante cui tale fenomeno accade: la moda, l’intrattenimento, lo spettacolo. Questo è il modo in cui “gli impiegati devono e intendono collaborare”. L’impiegato berlinese della fine degli anni Venti è il progenitore dell’attuale individuo ridotto non solo a consumatore, ma anche a prosumer, del lavoratore precario costretto a spacciarsi per “imprenditore” di se stesso.

Nella sua recensione Bloch riassume in pochi tratti il ceto impiegatizio: “Una genia indescrivibile proveniente dal più antico filisteismo vi mescola i suoi istinti, istinti non certo popolari, ma malevoli, fossilizzati, soprattutto privi di oggetto, anticapitalistici solo quando picchiano a sangue l’ebreo accusandolo di essere un ‘usuraio’”.[4]

Come è possibile che da allora con sempre maggiore frequenza gruppi di lavoratori nonostante la proletarizzazione delle loro condizioni economiche rifiutino di riconoscersi come appartenenti alla classe del proletariato e che anzi rivendichino con forza la propria qualità individuale che sarebbe la leva attraverso cui accedere alla classe dominante? Scrive Kracauer:

“La massa degli impiegati si distingue dal proletariato perché è spiritualmente senzatetto. Per il momento non sa trovare la strada che lo porti tra i compagni, e la casa dei concetti e sentimenti borghesi che aveva abitato finora è crollata, poiché lo sviluppo economico l’ha privata delle sue fondamenta. Al presente vive senza una dottrina su cui poter alzare gli occhi, senza uno scopo da poter interrogare. Vive dunque nella paura di alzare gli occhi e di interrogarsi fino in fondo”.[5]

L’essere “senzatetto” da un punto di vista spirituale, l’incapacità di “interrogarsi sino in fondo”, la “paura di alzare gli occhi” sono ciò che caratterizza la vita degli impiegati la quale, proprio per queste ragioni, può essere definita “vita” solo “in senso ristretto”[6] visto che essa non possiede “contenuto” ma solo “apparenza brillante”.[7] “Le conversazioni serie”, afferma una stenodattilografa di cui Kracauer raccoglie la testimonianza, “distraggono soltanto, e allontanano dall’ambiente che si vorrebbe godere”.[8] Assistiamo a un rovesciamento che è ben sintetizzato da Kracauer: “Se vengono attribuiti effetti di distrazione a una conversazione seria, la distrazione è presa inesorabilmente sul serio”.[9] E un altro impiegato afferma con decisione che lui e i suoi colleghi frequentano con assiduità i locali di intrattenimento perché a casa si vive “miseramente”[10] e si vuole invece “partecipare della vita brillante”.[11]

Alcune delle pagine più penetranti del saggio di Kracauer sono proprio quelle dedicate alla distrazione e al divertimento anch’essi razionalizzati proprio come il lavoro impiegatizio. Nelle pagine degli Impiegati viene sottolineato che non a caso vi è un nesso e una contemporaneità che lega la stabilizzazione dell’economia, il moltiplicarsi del numero degli impiegati alla costruzione dei “casermoni del piacere”[12] come lo Haus Vaterland o il Moka Efti di Berlino: “questi locali e altri simili sono stati chiamati in vita da un istinto infallibile, per saziare la fame di lustro e di distrazione che caratterizza la popolazione della metropoli. Dall’azienda economica all’azienda del divertimento, è il loro motto implicito”.[13] Se il ceto impiegatizio è senzatetto, i luoghi deputati alla distrazione sono l’“asilo”, un misero spazio in cui poter trovare non un sostituto di una vita piena, ma un surrogato dei desideri esauditi delle classi superiori altrettanto estraniate. Il direttore del grande magazzino viaggia per il mondo e lo Haus Vaterland promette di offrire per pochi soldi Die Welt in einem Haus “il mondo in una casa” – questo era appunto il motto della casa di divertimento berlinese -attraverso una serie di sale da ballo, sale cinematografiche, bar-ristoranti a tema che spaziano da ambientazioni tipo caffè viennesi, birreria bavarese, o saloon texano, fino alla taverna italiana e alla sala da tè giapponese.

Un altro spazio in cui l’impiegato trova “asilo” sono le pagine pubblicitarie delle riviste illustrate:

“Esse riguardano, nella maggioranza: penne; matite Kohinoor; emorroidi; caduta dei capelli; letti; suole di gomma; denti bianchi; prodotti per ringiovanire; vendita di caffè presso persone conosciute; grammofoni; crampo degli scrivani; tremori, in particolare in presenza di altri; pianoforti di qualità dietro pagamento settimanale, ecc.”[14]

Come ha notato Ernst Bloch nella sua recensione, Kracauer con il suo libro “ha compiuto un viaggio in mezzo a questo modo di non esserci”.[15]

Gli impiegati sono i primi consumatori di massa della “magia delle immagini”[16] prodotta dalle riviste illustrate e dal cinema, una magia che allontana il singolo da se stesso, che gli impedisce di costruire la propria storia e che analogamente allo sport funziona come una “rimozione in grande stile”,[17] come uno “strumento di spoliticizzazione”.[18] Il sistema dello spettacolo emana “una luce” che “acceca”.[19] La secolarizzazione in tutti gli ambiti della vita della razionalizzazione capitalistica produce attraverso altre forme – distrazione e sport in primo luogo – altre forme di incanto, di cultualità, di mitizzazione.

Benjamin recensendo Kracauer ha messo in luce che gli impiegati sono il ceto “il cui pensare e sentire” è “più estraniato dalla realtà concreta della sua vita quotidiana”.[20] E precisa: “l’adattamento al lato inumano dell’ordine esistente oggi nell’impiegato è molto maggiore di quanto non lo sia nel lavoratore salariato. Al suo rapporto indiretto con il processo di produzione corrisponde un coinvolgimento molto più diretto proprio in quelle forme di relazione umana che corrispondono a questo processo produttivo”.[21]

Esplicitamente Kracauer scrive che le associazioni sportive “assomigliano a pattuglie avanzate che hanno il compito di assoggettare una zona non ancora occupata – le anime degli impiegati. In effetti, esse vi svolgono spesso un lavoro radicale di colonizzazione”.[22] Il sistema economico-lavorativo assoggetta e colonizza le anime degli individui, estendendo al massimo il raggio d’azione del lavoro al di fuori dei confini stessi dell’ambito lavorativo, grazie proprio ad attività come la distrazione e lo sport. Se si parla di “spirito collettivo”[23] in riferimento ai “senzatetto” spirituali esso è sempre evocato, scrive Kracauer,

“con disposizioni che cercano di confiscare l’anima e di guidare la comunità in una determinata direzione. Come dall’organo elettrico si sprigionano vecchie melodie dimenticate da tempo, così sulla base dell’economia moderna si formano forme patriarcali di vita. Mentre i rapporti di lavoro dovrebbero essere il frutto di giuste relazioni umane, viceversa la razionalizzazione produce un neopatriarcalismo che vuole creare queste relazioni a posteriori”.[24]

Come le forme neopatriarcali nei rapporti tra padroni e dipendenti, anche la distrazione e lo spettacolo sono modalità razionalizzate di forme mitico-religiose attraverso cui “si confisca l’anima” dei lavoratori-consumatori. La “magia delle immagini afferra le masse dall’interno”, scrive Kracauer e le ripetizioni degli stessi modelli operano appunto “come formule magiche che cerchino di precipitare per sempre nell’abisso di un oblio senza immagini certi contenuti – quei contenuti che non sono inclusi nell’edificio della nostra esistenza sociale, ma includono a loro volta questa esistenza. La fuga delle immagini è la fuga dalla rivoluzione e dalla morte”.[25] Nella Nota introduttiva alla prima edizione italiana, Luciano Gallino notava opportunamente che il ritratto degli impiegati berlinesi degli anni Trenta non si discosta nei suoi elementi fondamentali da quello che Charles Wright Mills traccia in Colletti bianchi riferendosi alla ‘classe media’ newyorkese degli anni Cinquanta. A quarant’anni dalla prima edizione italiana degli Impiegati di Kracauer, il Moka Efti o lo Haus Vaterland di Berlino degli anni Trenta ci sembrano ancora più vicini e più simili al “Bosco verticale” della Milano del 2019.


[1] Infra, p. 40.

[2] Infra, pp. 40-41.

[3] Infra, p. 41 (c.vo mio).

[4] E. Bloch, Centro artificiale, in Id., Eredità del nostro tempo, cit., pp. 21-22.

[5] Infra, p. 115.

[6] Infra, p. 115.

[7] Infra, p. 115.

[8] Infra, p. 116.

[9] Infra, p. 116.

[10] Infra, p. 115.

[11] Infra, p. 115.

[12] Infra, p. 120.

[13] Infra, p. 119.

[14] Infra, p. 116.

[15] Ernst Bloch, Centro artificiale, in Id., Eredità del nostro tempo, cit., p. 21 (corsivo mio).

[16] Infra, p. 124.

[17] Infra, p. 125.

[18] Infra, p. 125.

[19] Infra, p. 117.

[20] W. Benjamin, Un isolato si fa notare, in Id., Scritti 1930-1931, vol.  IV cit., p. 140.

[21] Ibidem.

[22] Infra, p. 101.

[23] Infra, p. 97.

[24] Infra, p. 97.

[25] Infra, pp. 123-124.

è docente distaccato all’Istituto nazionale Parri; insegna Filosofia contemporanea e Storia della comunicazione sociale all’Accademia di Brera; è docente a contratto al Dipartimento di Filosofia “P. Martinetti” della Statale di Milano. Al centro dei suoi studi la cultura visuale, il rapporto tra immagini e storia e l’uso politico delle immagini; le forme della testimonianza. Tra le ultime pubblicazioni: diversi capitoli in A. Pinotti (a cura di), “Costellazioni. Le parole di W. Benjamin”, Einaudi, Torino 2018; “Le immagini delle guerre contemporanee” (Meltemi, 2018), “Filosofia della fotografia” (con F. Parisi, Raffaello Cortina, 2013), “Potenza dell’arte e necessità dell’estetica” (Mimesis, 2012). Ha curato l’edizione italiana di diversi testi tra cui Petter Moen, “Møllergata 19”, Quodlibet, 2019; E. Jünger ed E. Schultz, “Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del nostro tempo” (Mimesis, 2017, 2 ed.); S. Kracauer, “Gli impiegati”, Meltemi, 2020; K. Tucholsky, J. Heartfield, “Deutschland, Deutschland über alles”, Meltemi, 2018. È membro della redazione di “Italia contemporanea” e di “Novecento.org”; dirige la collana “Estetica e culture visuali” di Meltemi.