Naturamorta

Hanno qualcosa di affine, pur nelle loro diverse identità, i luoghi in cui Lorenzo D’Anteo ha esposto negli ultimi anni. Un laboratorio artigianale dismesso a Chiavari, in occasione della mostra L’inizio di una sedia, che oltre a D’Anteo ha coinvolto Jacopo Benassi, Marco Andrea Magni e Beatrice Meoni; l’appartamento oggi disabitato di Manlio Argenti, artista che ha vissuto la sua lunga e variegata esistenza creativa alla Spezia, dove D’Anteo e Fabrizio Prevedello, in dialogo con Francesca Cattoi, hanno allestito le loro opere tra dipinti e oggetti appartenenti al pittore scomparso nel 2011; un ex capannone industriale, nella mostra personale Naturamorta.

Naturamorta ha infatti avuto luogo alla Ceramica Vaccari (nel Comune di Santo Stefano Magra, SP). Questo vasto complesso industriale, che da qualche anno ha concluso la propria attività, negli anni del boom economico era conosciuto in tutto il mondo per la produzione di mattonelle e piastrelle realizzate con l’argilla della cava che sorge sulla collina soprastante la fabbrica. Fulcro della vita economica della vallata del Magra, la Ceramica Vaccari è un luogo denso di memorie di vita e di lotte operaie, oggi vasta area vuota che deve risignificare la propria identità.

Naturamorta, veduta della mostra

Tre luoghi dismessi, dunque, che rappresentano tre spaccati della Liguria, lontani dalle visioni turistiche da cartolina; tre luoghi che raccontano di storie marginali; tre spazi residuali di un’epoca post-industriale dove il tempo sembra congelato in una dimensione sospesa, così come avviene negli scenari che Lorenzo D’Anteo raffigura nelle sue opere.

Naturamorta – Statue, 2019

Dagli interni domestici della precedente ricerca (Interiors), con Naturamorta la narrazione si sposta all’esterno, portando lo sguardo verso un paesaggio distopico popolato da inquietanti animali preistorici o post-storici.

La tecnica utilizzata è il disegno a carboncino, con un taglio fotografico, talvolta grandezza al vero. Un’angosciante e scarna visione in bianco e nero, in cui si accumulano oggetti e animali dalla natura ambivalente.

Dalle zone oscure della memoria riaffiorano le tracce di un passato più o meno recente. Alle pareti penzolano frammenti di manifesti, con le icone della cultura pop. Una cuccia di un cane vuota, una cornetta del telefono appesa alle corna di un cervo, un nanetto da giardino sono i brandelli di una narrazione discontinua e paradossale dispersa nello spazio e contaminata dalla violenza e dalle contraddizioni della storia.

In un gioco di rispecchiamenti continui, lo spazio della mostra, a sua volta residuale, si è fatto scenario di azioni e performance. Una mise en abîme che ha coinvolto lo spettatore in una relazione in divenire con l’immagine e con un luogo da riscrivere e risignificare attraverso sguardi e storie che si sovrappongono.

Naturamorta – Telephone Handset, 2019

Doppio della visione e moltiplicazione dell’occhio sono i temi che in senso ampio possono collegare le performance di Kinkaleri (Natura morta) e Sissi+Jacopo Benassi (Rollers) con le immagini di D’Anteo. A partire dallo specchio, antico strumento di atelier per il pittore, usato nella performance di Kinkaleri, e slittante collegamento con la schizofrenia del doppio messa in atto nelle Naturemorte di D’Anteo. Gli animali di D’Anteo sono rotti come inquietanti giocattoli, impagliati come trofei di caccia, immobilizzati per sempre in uno strano congelamento della realtà.

Naturamorta è un titolo apparentemente neutro ma che di fatto D’Anteo esplora nella dimensione ossimorica della sua etimologia; nella sospensione enigmatica e surreale, nel perturbante vitalismo che sta dietro a tutto ciò che si fa residuale.

In questo scenario oscuro e angosciante si annida il paradosso: il sogno si fa incubo, ma dalle zone oscure dell’incubo riaffiorano le tracce di una salvezza (forse) ancora possibile. Come padre e figlio ne La strada di Cormac McCarthy, D’Anteo raccoglie qualche oggetto abbandonato, qualche brandello di vita, e continua il suo viaggio.

Su questa strada non c’è benedetta anima viva. Sono scomparsi tutti tranne me e si sono portati via il mondo. Domanda: che differenza c’è tra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato?”.


L’inizio di una sedia. Artisti al Museo della sedia leggera di Chiavari Guido e Anna Rocca, catalogo della mostra a cura di M. Commone e L. Conte, “Quaderni del Museo della sedia leggera di Chiavari Gudo e Anna Rocca”, n. 1, 2017; Argenti. Lorenzo D’Anteo – Fabrizio Prevedello, catalogo della mostra, a cura di F. Cattoi, La Spezia 2019; Naturamorta, catalogo della mostra, di prossima pubblicazione (con testi di M. Commone, L. Conte, A. Grulli, V. Rossi).

Crediti fotografici:

Naturamorta, veduta della mostra
Cardelli & Fontana/Opificio Vaccari,
Santo Stefano Magra (SP), 2019
ph. Roberto Marossi

Naturamorta – Statue, 2019
carboncino su carta
148 x 98 cm.
ph. Roberto Buratta

Naturamorta – Telephone Handset, 2019
carboncino su carta
98 x 73 cm.
ph. Roberto Buratta

insegna storia dell’arte contemporanea presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università Roma Tre.
Le sue ricerche sono incentrate sullo studio dell’arte e della critica del secondo dopoguerra, con particolare attenzione agli scambi transatlantici, alla riflessione sul linguaggio della scultura e alla storia delle esposizioni.
Tra le sue pubblicazioni: “Materia, corpo, azione. Ricerche artistiche processuali tra Europa e Stati Uniti. 1966-1970” (Electa, Milano 2010); “Carla Lonzi: la duplice radicalità. Dalla critica militante al femminismo di rivolta” (con Vinzia Fiorino e Vanessa Martini, ETS, Pisa 2011); “Paolo Icaro. Faredisfarerifarevedere” (Mousse Publishing, Milano 2016); “Gian Carozzi,” Skira, Milano 2019.