Discrasia dell'immagine

Prendete un’immagine. Un’immagine qualsiasi. Non importa se di pregio o no – non è di questo che facciamo questione. Anzi, dimenticate ogni caratteristica, non andate alla ricerca di una qualche peculiarità. Non disponete, non sistemate, non collocate alcunché. Niente pose o posture che non siano quelle che già sono e in cui vi trovate. Soffermatevi piuttosto sulla prima immagine che vi capita – visiva, sonora, tattile, olfattiva o gustativa che sia. Alzate gli occhi, tendete l’orecchio, toccate la superficie che vi è accanto, annusate o assaporate. Ebbene, in questa qualunque immagine vi sarà qualcosa. Focalizzatevi pure su niente, se volete, ammesso che lo possiate fare, ma anche questo niente non inficerà il qualcosa: esso sarà ancora lì – ostinato, tenace, persistente – come mancanza o negazione.

Così l’immagine realizza, non può che realizzare, perché mi dà sempre qualcosa. Non solo qualcosa che amo, mi sorprende, mi piace, mi ferisce o mi commuove, ma anche ciò che non cattura la mia attenzione e che mi lascia indifferente. È questo il paradosso dell’immagine: dare cosa, pur non essendo la cosa data. Beninteso, e a scanso di equivoci: la cosa non c’è, non c’è mai, non può mai essere – non ci sono che immagini, anche se nessuna immagine può esaurire il reale. Con l’immagine, dunque, qualcosa accade. Ora, tale accadimento è sempre un accadimento per me o, comunque, per qualcuno, per noi. Piccolo, grande, non ha importanza. Ciò che conta è che un taglio si produce e quello che chiamiamo realtà si coagula intorno al di volta in volta qualcosa.

Ma allora, ecco che a restare fuori – o meglio: a restare fuori-dentro –, a sussistere e insistere fuggevolmente, rimane uno sfondo, una periferia, perché va da sé che il qualcosa si staglia, decide, seleziona. Del resto, ogni immagine dandomi qualcosa porta anche altro con sé: una pura virtualità. Detto altrimenti: il qualcosa è un punto tra infiniti altri a cui si presta attenzione, separandolo, distinguendolo, isolandolo da tutto il resto, a partire dai nostri progetti, interessi, idiosincrasie. E su questo agiamo, parliamo, costruiamo le nostre vite fino a dove è possibile. Lo sfondo, tuttavia, non l’avremo mai, non sarà mai nostro, non perché sia ineffabile o nascosto, quanto piuttosto perché, al contrario, è già sempre qui, sempre in attesa di noi.

Ora, si dirà, è comunque possibile fare di questo sfondo qualcosa. Una parte importante della pittura del Novecento, ad esempio, ha cercato di far salire lo sfondo in superficie e mediante il ripensamento dello spazio del quadro nella sua bidimensionalità ha dato vita a un materialismo pittorico che faceva della linea anarchica e del versamento di colore direttamente sul supporto un’implicita messa in questione del qualcosa, fosse la forma chiusa o determinati contrasti di colore o il chiaro-scuro finalizzati all’illusione della tridimensionalità. Ma è appunto questa prodigiosa apertura a mostrare sia l’ineludibilità del darsi di qualcosa nell’immagine sia la concomitante insistenza in essa del non qualcosa che ci coglie sempre alle spalle.

Al fuori, al periferico, noi non possiamo accedere pur non potendo che esistere fuori, vivere attorniati dal periferico. Siamo in grado, certo, ed è uno dei compiti dell’arte, di farne un’immagine tra le immagini, ben sapendo tuttavia che in questo modo inevitabilmente lo perdiamo. Eppure, non è poco portare, anche se indirettamente, l’attenzione verso ciò che nessuno studio o pratica può catturare, fare proprio o dominare. Vi è, dunque, una discrasia nell’immagine: al darsi s’accompagna ciò che darsi non può perché è già. Esso è lì – nel senso pieno dell’avverbio: discosto, ma non troppo – senza però che noi lo si possa incontrare. Ci approssimiamo impercettibilmente, ma siamo nell’impossibilità di raggiungerlo. È al di qua di ogni sforzo – sideralmente vicino, remoto per troppa prossimità.

Forse nella profusione di immagini che costellano ogni giorno la nostra vita si è inconsciamente alla ricerca, reiterando senza tregua gli scatti, di dare conto di una visione periferica immancabilmente fuori del centro dello sguardo. Restano delle macchie, dei gesti, delle rapidità e delle lentezze, dei lampi nell’oscurità, dei rumori e dei silenzi – un rosso che un’inaspettata striscia di bianco fa rosa, un grumo che sembra sollevarsi, e poi ancora dei grigi inaspriti, dei segni sospesi su una superficie che sembra dilatarsi e deformarsi indefinitamente. Quiete apparente. Tutto si muove. Immagini e ancora immagini. Il nulla di immagine non può darsi in immagine.              

Immagine di copertina: Philip Guston, Untitled, 1955-56 (particolare)

Filosofo. Ha tradotto e curato vari testi di filosofia contemporanea, tra cui figurano opere di Derrida, Kojève, Steiner, Nancy, Lacoue-Labarthe e altri. Ha scritto, tra l’altro: «Il luogo del finito»; «I sensi del pensiero»; «L’existence nue. Essai sur Kant»; «Dare una voce. La filosofia e il brusio del mondo»; «“Le geste de dieu”. Sur un lieu de l’Éthique de Spinoza. Marginalia de Jean-Luc Nancy».

articolo precedente

Là e dopo, il bisogno. Una visita al Prado (seconda parte)

articolo successivo

Andrej Tarkovskij. Il cinema come preghiera