Andrej Tarkovskij. Il cinema come preghiera

“Ma senza saperlo ero di più”,
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine

Guardando il documentario che il figlio, Andrej Andreevič, ha dedicato ad Andrej Tarkovskij, viene da chiedersi dove si possa ritrovare oggi la tensione poetica e spirituale, poetica in quanto spirituale, da cui era animato il suo cinema. Al di fuori di pochissime eccezioni, a volte animate dalla medesima aspirazione ma prive della capacità visionaria necessaria per trasformare la tensione spirituale in immagini, il panorama è, a dir poco, desolante. Un panorama costellato da faccine di plastica o da stereotipi intellettuali, che tendono al tic, capaci di uccidere un toro: ossessiva ripetizione di un cinema di intrattenimento o fintamente impegnato, entrambi stucchevoli e retorici, infarciti di banalità stilistiche, a loro volta condite da superficialità diffusa.

Rivedendo le immagini di Tarkovskij viene da pensare che non abbia prodotto dei film, ma abbia scritto della poesia visiva. Per quasi venticinque anni (cadenzati da solo sette lungometraggi), questo solitario tra i solitari non ha fatto altro che cercare di dare un’immagine di ciò che non può essere rappresentato, non perché dell’ordine dell’invisibile, ma in quanto mistero stesso della realtà, del suo semplice e miracoloso esistere. Il solo soggetto della filmografia di Tarkovskij è l’inspiegabile fatto che il mondo esista e che noi siamo parte di questo mondo, pur tendendo ad altro, per essendo costantemente strappati da questo mondo verso qualcosa che infinitamente lo trascende, qualcosa che lo trascende dal suo interno. Quella del regista russo è una trascendenza al cuore stesso dell’immanenza; è il vuoto compenetrato nella presenza; è l’alterità abissale contenuta nella nostra identità.

Le sue immagini sono icone, proprio nel senso della tradizione ortodossa russa. Non sono immagini o rappresentazioni della trascendenza, ma il presentarsi di quest’ultima, il suo rendersi visibile, qui e ora, nella materia vivente e peritura del mondo. Ed è in questo senso che ogni film è, per lui, una preghiera, una forma di invocazione davanti al mistero di quel miracolo che è la vita. Parola incerta gettata nel silenzio. Tentativo estremo di comprendere quel che, per essere compreso, non ha necessità di spiegazione, ma di estasi, di fuoriuscita da sé, di visione. Balbettio ritmico, appena un mormorio visivo, rivolto a un orecchio che accoglie e, senza rispondere, lascia risuonare.

Non so se questo misticismo dell’immagine, questa postura capace di tenere una mano sulla terra e una verso il cielo, sia ancora comprensibile, oggi. Se qualcuno, oggi, comprenda davvero – non, cioè, capisca, ma porti con sé, nella propria postura artistica – l’incommensurabile del cinema di Tarkovskij; ovvero, detto altrimenti, sia in grado di vedere quanto un’opera d’arte sia la traccia di questa lacerazione, di questa tensione, di questo scarto tra l’intenzione al senso e la rinuncia ai significati. Sia in grado, con ancora altre parole, di non voler significare, comunicare, esprimere, ma semplicemente di aprire la parola, l’immagine, il suono alla loro dismisura, all’incommensurabilità di ogni significato dato che essi portano in sé. Di aprirsi cioè al senso, quel senso che ci contiene e ci trascende, ci attraversa e ci supera, ci struttura e ci aliena da noi stessi. Non c’è nulla da capire in un grande film, nulla da interpretare in una poesia riuscita, nessun messaggio da decifrare, nessun enigma da risolvere. Si tratta semplicemente di sentire, di vedere ciò che va oltre noi – e, in questa visione, portarsi oltre se stessi, là dove l’uomo supera infinitamente l’uomo, per usare le parole di Pascal. Uscendo dalla sala e avendo ancora negli occhi le immagini di questo bellissimo documentario, girato con grazia e delicatezza, si percepisce che Tarkovskij è del tutto fuori dal nostro tempo, perché non ha cercato, come Amleto, di inseguire un “tempo fuori dai cardini”, ma è andato al cuore stesso del tempo. E da là, dal nucleo immobile, ci ha posti in una condizione in cui non siamo più noi a guardare le sue immagini, ma le sue immagini a guardare noi, sub specie aeternitatis. E questo suo sguardo, così gravido di bellezza e di grazia, non ci annichilisce ma ci fa, semplicemente, sentire che senza saperlo siamo molto di più di quel che credevamo di essere.

Andrej Tarkovskij, Toscana, 1979
(polaroid) – Courtesy Bonhams

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).

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