Vincenzo Cottinelli, lo sguardo dai rami

All’Atelier l’Oeil Vert di Parigi, 12 rue Léopold Bellan, va in mostra Chacun son arbre, dal 23 gennaio al 7 marzo (apertura sabato 25 alle 17, e dal giovedì al sabato dalle 12 alle 19; www.loeilvert.fr), un’antologica di artisti del nostro tempo che dialogano con tre grandi carboncini arborei di Gilbert Bellan (1868-1951). Un albero, un fotografo: 28 artisti di varie nazionalità, fra i quali Sarah Moon, Denis Brihat, Pentti Sammallahti, Eduard Boubat, Marc Riboud, Vanessa Winship, Masao Yamamoto, Bogdan Konopka e Ingar Krauss. Fra loro, una quercia di Vincenzo Cottinelli, dal catalogo della sua personale L’invenzione della quercia. Esperimento fotografico su pellicola in bianco e nero nella Maremma Toscana, tenutasi a Sorano dal 31 agosto al 28 settembre 2019. Dal catalogo, pubblicato la scorsa estate da l’Obliquo, presentiamo qualche immagine e il testo di Andrea Cortellessa.


Quando per la prima volta Vincenzo Cottinelli mi ha parlato della sua intenzione di celebrare fotograficamente le Querce della Maremma, incontrate nel podere Montecavallo di sua moglie Maria, mi sono fatto un’idea tutta sbagliata – pensando all’Albero della Vita di Avatar, il blockbuster fantascientifico-ecologista realizzato al cinema una decina d’anni fa da James Cameron. Nessun autore, in effetti, si può immaginare più remoto di Cottinelli – illuminista chiaroscurale se ce n’è uno – dalla ierofanizzazione un po’ new age che minaccia di rendere inservibile il pur interessante vegetal turn da qualche tempo in corso nel pensiero politico, artistico e letterario (è solo quando qualcosa la si sta perdendo, si sa, che si finisce per feticizzarla). 

Davvero l’Albero diventa, in queste immagini, «una specie di Tempio» – come dice Paul Valéry in una delle didascalie da Cottinelli prelevate dal Dialogue de l’arbre ispirato al poeta, nel 1943, dalla traduzione delle Bucoliche virgiliane –: ma non in virtù del suo splendido, totemico, appunto ieratico Isolamento (al modo del colossale glicine – 2000 m2 – del parco di Ashikaga, in Giappone, che ha ispirato Cameron); bensì viceversa proprio per l’assidua, proliferante, fibrillante moltiplicazione cui è sottoposto dal fotografo che per anni ha censito e illustrato, sempre nell’heimat d’elezione maremmana, esemplari simili di quercia; e poi dalla sua particolare tecnica di “trascinamento”, che conferisce alle immagini la loro peculiare spettralità: ogni volta raddoppiando triplicando, o comunque moltiplicando, l’Essere inquadrato. 

Per questo è stato un incontro felice, invece, il suo col Dialogo dell’albero (citato nella classica traduzione di Vittorio Sereni, del ’47): perché alle spalle dell’aerea riflessione di Valéry c’è la grande matrice (pour cause quasi sempre snobbata dalle vestali più eleatiche del summenzionato vegetal turn) della Metamorfosi delle piante di Goethe (1790): che è pure alle origini del materialismo darwiniano da Cottinelli chiamato esplicitamente in causa, quale sua prima ispirazione concettuale (ma il naturalismo goethiano è anche alle radici, è il caso di dire, della “linea organicista” delle avanguardie storiche: da Mondrian – il quale proprio sulla forma di un Albero esemplificava il modus operandi dell’Astrazione – a Klee). Una tradizione, quella goethiano-valeriana, che insiste sul principio-metamorfosi: sulla pluralità della filogenesi che in rapporto all’Esemplare Originario ipotizzato (l’Urpflanze di Goethe) si sviluppa, anche in senso musicale, come principio di Infinita Variazione. 

Guardando le fotografie di Vincenzo mi sono poi ricordato, poi, del Nume poetico che aveva vegliato sul nostro primo incontro. Era un libro magnifico, pubblicato un po’ alla macchia al fondo dell’heimat veneta, quello cui lo aveva chiamato a collaborare Andrea Zanzotto: i Colloqui con Nino si aprivano su grandiose panoramiche della Contrada solighese le quali associavano inscindibilmente, organicisticamente, la figura davvero totemica di Nino Mura, nel 1986 ritratto novantacinquenne da Cottinelli, al paesaggio del Feudo di Pieve del quale l’immarcescibile, erculeo reduce della Grande Guerra era memoria storica e genius loci: secondo il genialissimo scriba che lo aveva eletto, in versi e in prosa, a «Duca della Rosada di Rolle». E così mi sono risposto pure a un altro dubbio, nutrito in prima battuta. Conoscendo bene la ritrattistica di Cottinelli, ma allora ignorando invece il magnifico Sogno del giardino – che di questa Invenzione della quercia è premessa evidente, e non solo sul piano “tecnico” –, mi chiedevo come potesse agire, al cospetto di un’Essenza silente come quella dell’Albero, il suo proverbiale senso dialogico: che tanto fa “parlare” gli sguardi, le posture, le movenze dei suoi illustri Soggetti (si veda per esempio in Personaggi, volume realizzato in occasione di una mostra a Praga nel 2014, la mobilissima e “teatrale” sequenza dei ritratti proprio di Zanzotto).

Mi ha aiutato anche una pagina saggistica rara, di un altro grande cantore di Piante e Alberi. È proprio il traduttore di quel Dialogo di Valéry, Vittorio Sereni, che nel 1970 premette una breve prefazione ad Alberi, libro fotografico (diversissimo da questo, per il suo impianto liricamente naturalistico) di Franco Petazzi. Una pagina investita d’uno speciale significato dal suo autore: se è vero che, priva dei riferimenti alle immagini che l’avevano ispirata, la inserisce nella seconda edizione (uscita appena postuma, nell’83) del suo bellissimo libro di prose, Gli immediati dintorni. Fuorviante il titolo, Targhe per posteggio auto in un cortile aziendale: perché si tratta di una chiave importante per capire il significato profondo delle presenze fitomorfe, frequenti e sempre allusive, nella poesia di Sereni (che per esempio, in uno straniante flash del Diario d’Algeria, si fanno addirittura allegoria di una comunità di esseri liberi che cerca di risorgere, volitiva quanto incerta, dopo il lungo inverno della dittatura fascista: «Svetta ancora allo svolto la vecchia pianta / e improvvisa brulica al vento. / Lampi di caldo, presagi, / parvenze forse s’incarnano nell’intima bruma. / Ma nessuno \ ne sa niente»: il titolo è La repubblica, la data «giugno ’46»). 

Chiuso nel soffocante perimetro del suo ufficio mondadoriano, contemplando dal vano di una finestra gli stentati rampicanti che allignano nel famoso «cortile aziendale», Sereni evoca il «soprassalto» che ci impone la contemplazione di «erba acque prati alberi». Fenomeni che «sono lì e non si può non dico non guardarli, ma non vederli». E non perché, alla maniera romantica (e poi simbolista, e poi modernistico-classicista, à la Eliot), noi si presti «sentimenti e sensibilità nostri a oggetti e organismi cosiddetti inanimati, insomma alla vecchia natura»; ma, al contrario, perché essi «ti provocano, ti sfidano, ti s’impongono di colpo»: «sono loro a prestarci, e magari imporci, qualcosa». L’aura della natura (che in Sereni prende le mosse da un’evocazione squisitamente petrarchesca… erba acque prati alberi… non senza evocare le sigle proustiane del soprassalto e dell’intermittenza: alle origini c’è il noto aneddoto di Marcel in contemplazione del roseto del Bengala), la si può cogliere solo con una strategia della passività. Il soggetto si lascia interrogare dagli oggetti; si fa ricettore passivo, appunto, del loro misterioso sguardo di rimando: questo il titolo, eloquente, della sezione decisiva degli Strumenti umani

Ed è allora davvero uno sguardo di rimando – proprio come negli scrittori amati, nei suoi ritratti – che ha saputo cogliere in queste immagini Vincenzo Cottinelli. Siamo noi che lo guardiamo – colla mediazione, certo, del suo occhio “duplicato” dal dispositivo fotografico – a venire trasformati, dallo sguardo dell’Albero, in esseri proliferati e proliferanti, doppi e multipli. Quella che ci regala lo sguardo di Vincenzo è allora davvero una diplopia, una “doppia vista” al pari di quella dello Zanzotto di Sovrimpressioni: non solo perché moltiplica ogni suo oggetto in una fantasmagoria di parvenze che slittano metonimiche le une sulle altre; ma soprattutto perché ci restituisce l’illusione di vivere noi, come lui, una vita multipla. Quello che inventa L’invenzione della quercia è un popolo che manca.

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.