Intermezzo berlinese

Come in molti altri travelogues, in Una mappa per Kaliningrad. La città bifronte (da poco uscito per Exòrma con una prefazione di Francesco M. Cataluccio, pp. 259, € 15,90) la fotografia riveste diverse funzioni. Se nella più parte dei casi è soprattutto un aide-mémoire che accompagna il viaggiatore all’andata – nel preparare, alla lettera prefigurare il proprio percorso – o più spesso al ritorno – in quell’alleanza strutturale che, si può dire, sin dalle origini ottocentesche dell’uno e dell’altra ha legato fra loro turismo e fotografia portatile –, e dunque a tutti gli effetti è illustrazione del testo, in altri casi si inserisce attivamente, viceversa, nella trama del viaggio, e diventa attante in prima persona della narrazione: che in questo modo si fa concretamente, e propriamente, iconotestuale.

È questo il caso dell’episodio che ha selezionato per noi, dal suo libro pubblicato da un editore non da oggi versato nell’esperienza del viaggio in tutte le sue forme, Valentina Parisi. Cioè forse il talento più ragguardevole che negli ultimi anni, da noi, si sia messo in luce in quella forma di viaggio virtuale (ma, come si vede qui, non solo tale) che è la traduzione letteraria.

La città cui è dedicato il suo libro è (come le Città invisibili di Calvino, suggerisce a ragione la quarta di copertina) una città doppia, speculare, illusionistica: a partire dal nome, specchio appunto della sua doppia identità contesa dalla storia, e dalla geografia. Quella «K.» evoca ovviamente i cognomi dei protagonisti di Kafka, ma ancora più da vicino la Città di K. del capolavoro di Ágota Kristóf, altro apologo fantastorico e fantageografico dove la radicale quanto crudele decostruzione del “vero” non elude, ma anzi moltiplica, la tragedia “davvero” prodottasi. La radice del viaggio è concreta e immanente, per chi lo compie: in quella città-emblema fu rinchiuso il nonno prigioniero di guerra, uno dei tanti soldati italiani che dopo l’8 settembre rifiutarono di prestare giuramento alla Repubblica Sociale, affrontando così un’odissea per troppo tempo rimossa. Ma chi dice “io” sa già, fin dall’inizio, che la propria quête – come quella del Professor Austerlitz nel romanzo omonimo di W.G. Sebald che più ha contato, nella voga iconotestuale degli ultimi decenni – non potrà risolversi che in uno scacco. Chi busca l’Oriente, però, in questi casi scopre sempre, in suo luogo, un qualche imprevisto Occidente. È per questo che le fotografie – quelle di un libro che porta con sé la viaggiatrice, ma anche quelle realizzate durante il suo viaggio – svolgono un ruolo non solo episodico, ma strutturale, nella sua narrazione. Sono la “messa a terra”, l’indizio terrestre che ancora al concreto dello spazio l’«addensarsi del tempo», come nei versi citati di Brodskij: alla dura materia dei luoghi radica l’allucinarsi elusivo di un corpo, e di una mente, vagabondi.

A.C.


Le chiavi della casa sono rimaste in mano sua. Altrimenti Nastia non avrebbe mai potuto fotografarle. Cinque chiavi metalliche di varia forma e grandezza, così antiquate da assomigliare alla loro padrona.  Non potrebbero essere in altre mani, penso, e infatti sono qui, con lei, a Berlino.

Un’ora fa quelle dita diafane maneggiavano volante e cambio per districarsi nel traffico cittadino.  Quasi mai particolarmente intenso, va detto. Ma in ogni caso. “È arrivata in macchina, da sola”, mi rivela ancora sconvolta Nastia.  In russo, perché non vuol farsi capire dalla sua modella. La bella automobilista ottantaseienne, con la sua nuvola di capelli candidi e lo sguardo deciso.

Com’è ovvio, Nastia non ha fotografato soltanto le mani di Erika K. Sullo schermo del computer scorrono in anteprima i suoi ritratti, uno più bello dell’altro.  Difficile scegliere. Erika K.  seduta in poltrona che ride trionfante, fissando l’obiettivo. Oppure eccola di profilo, la destra appoggiata con risolutezza sul bracciolo. Qui lo sguardo lievemente smarrito tradisce l’età, si perde in una fissità malinconica, mentre acquistano nitidezza gli oggetti sullo sfondo. Un interno altoborghese a Lichterfelde, Berlino sud.  Un comò d’altri tempi, l’ampia porta-finestra che dà sul balcone.  Poi la messa a fuoco torna su di lei, sul suo sorriso di un’ingenuità disarmante. “Fast kindisch!” “quasi una bambina!” esclama la figlia Christina e, in un impulso di tenerezza, cinge pudicamente le spalle della madre.

Non meno espressive sono le sue mani. Raccolte sulle ginocchia, con le palme all’insù, mostrano cinque chiavi col gesto di un sub che le abbia appena recuperate sul fondale di una qualche Atlantide sommersa. Nella foto successiva le dita s’irrigidiscono, pronte a nasconderle, come per proteggerle. In un’altra invece le protendono leggermente in avanti, offrendole quasi allo sguardo dello spettatore.  Sono mani che donano.

Cinque chiavi, una diversa dall’altra. Ciascuna apre uno spazio fisico e un vano della memoria. Una soffitta, una cantina o, forse, un capanno in giardino. Quasi certamente la porta della cucina per la servitù. E poi l’ingresso principale della casa di famiglia, a Königsberg.

 “Mia madre mi disse che dovevamo andare a trovare i nonni a Stoccarda.  Che saremmo tornate di lì a qualche settimana.  Era il novembre 1944.  Ho rivisto la mia casa cinquant’anni dopo. Ma non era più casa mia”.

Allora il padre era al fronte. “I russi stanno arrivando. Scappa con la bambina”.  E così madre e figlia si erano salvate. E avevano salvato anche le chiavi di casa, convinte di poter tornare, prima o poi, nella loro villa di Amalienau, il quartiere più chic della città.

Quand’è che avevano capito che né Amalienau, né Königsberg esistevano più? Che la loro casa non era più loro? Che rozzi invasori venuti dall’est calpestavano con gli stivali infangati il parquet lustro del salone, bruciavano per riscaldarsi le opere di Goethe e Schiller nella stufa rivestita di piastrelle, toccavano con le loro sozze ditacce le bambole Lenci che la ragazzina non aveva fatto in tempo a prendere con sé? Da quale momento in avanti Erika K. ha cominciato a nutrire la convinzione che la sua vita apparentemente invidiabile sarebbe stata molto più felice se i sovietici non le avessero rubato l’Heimat?

 “Berlin ist mein Zuhause,  Königsberg ist meine Heimat”,  dichiara convinta.  Berlino è la sua casa, e la casa è dove abbiamo il nostro tavolo, il letto… E dove una fotografa russa che ha studiato a Essen un bel giorno bussa alla tua porta per immortalarti, mi verrebbe da aggiungere in tono polemico. Lo ammetto: non avevo granché voglia di incontrare Erika K. Hai voglia a negare gli schematismi, l’opposizione tra buoni e cattivi, nazi e non. In Prussia orientale mio nonno si è fatto due anni di campo di concentramento e nel 1932 a Königsberg alle elezioni del Reich l’NSDAP aveva già il 33% – di gran lunga tra i migliori risultati nelle grandi città tedesche. Ed Erika K. è nata ad Amalienau, uno dei quartieri privilegiati di Königsberg, un Eden sui generis edificato in sinuose forme Jugendstil. Se sono qui è solo per Nastia, mi ripeto, una delle persone più generose e positive che abbia mai incontrato in vita mia. Tutto il contrario di me.

Sprofondata nel mio vortice di autoflagellazione e di risentimento per interposta persona, osservo, mio malgrado affascinata, questa donna che ha esattamente il doppio dei miei anni e so di essere legata a lei da un filo invisibile. Mi domando soltanto quale.

E quindi l’Heimat.  C’è la casa, il luogo dove si vive, e poi c’è l’Heimat. Parola per eccellenza intraducibile, per la quale sono stati versati fiumi di inchiostro e di sangue. Io e Nastia ci scambiamo di sottecchi un’occhiata. Siamo nel 2019, a Berlino, crocevia di Europa, raggiungibile via low-cost in una manciata di ore da ogni angolo del continente, mecca per qualsiasi creativo spiantato al netto della speculazione edilizia dilagante, e una ottantaseienne spigliata pronuncia davanti a noi la parola Heimat.

Chiniamo la testa in un cenno di cortese assenso. In realtà, non abbiamo idea di cosa stia parlando. Nate entrambe nella seconda metà degli anni Settanta, siamo cresciute nella convinzione che avremmo potuto vivere dappertutto, che ovunque saremmo state a casa. Ovunque o da nessuna parte, a seconda del destino.

Überall versus irgendwo, anywhere contro somewhere – lo sostiene anche il giornalista inglese David Goodhart che all’indomani del referendum sulla Brexit ha contrapposto i somewheres, le masse impoverite legate a un’ottica regionalista e localista alle élite cosmopolite – i cosiddetti anywheres. Erika K. però non si iscrive in questo schema manicheo, anzi, lo sovverte. Dimostra come si possa appartenere all’élite sociale ed economica e, al contempo, dare per scontata l’esistenza di un concetto come quello di Heimat.

Erika K. non saprebbe situare con esattezza il momento in cui aveva compreso di aver perso la sua – è probabile che quella fuga mascherata da visita ai nonni avesse stemperato la violenza del distacco e della perdita. Però sa per certo quando l’ha ritrovata. “Erano gli anni Novanta. Anche mio cognato era nato laggiù. L’idea è stata sua: andiamo! Siamo entrati dalla Polonia, in macchina. Il cielo, le nubi… Ma la luce, soprattutto la luce… Non ero mai stata nel sud della Prussia orientale, non avevo alcun ricordo che mi riportasse a quei luoghi. Eppure ho capito subito che quella era già Heimat”.

I campi ai confini con la Polonia, cioè la regione di Stablack.

Cerco di spiegarle cosa mi leghi alla Prussia orientale. “Un italiano? Prigioniero? E come mai?” Le parlo di Badoglio, dell’8 settembre, ma lei non ne sa nulla e il mio tedesco di colpo è come evaporato. “Era forse ebreo?” mi domanda con sincera preoccupazione. “No, era semplicemente un soldato italiano”,  e mi maledico per quel  ‘semplicemente’, visto che essere  un soldato italiano all’epoca non era affatto semplice.

Mio nonno non era mai stato sfiorato, nemmeno lontanamente, dall’idea di tornare a vedere che cosa ne fosse stato di quei posti. Erika K. invece a partire da quella prima visita è stata a Königsberg (dice proprio così, Königsberg) otto volte, l’ultima nel 2014. Non solo ha ritrovato l’Heimat, ma addirittura la villa di famiglia. Intatta.

Ed è a questo punto che la storia assume una piega davvero romanzesca. Durante l’ennesima visita Erika K. decide di bussare alla porta di casa sua e di incontrare finalmente “loro”, gli “occupanti” russi. Per consegnare le chiavi.

Un dono? Un atto di riconciliazione? La riparazione simbolica di una violazione di domicilio commessa più di sessant’anni prima? La regolarizzazione della presenza degli invasori da parte della legittima proprietaria? Un riconoscimento benevolo dei nuovi padroni de facto?

O un tentativo di perdono?

 “Ich wollte damit abschließen”, “volevo farla finita con quella storia”, taglia corto. Utilizza in senso figurato il verbo abschließen, che significa “chiudere a chiave”.  Dare un paio di giri alla serratura e udire in risposta quell’inequivocabile scricchiolio che spranga per sempre la porta del passato. Per allontanarsi poi ad ampie falcate, senza voltarsi. Oppure, meglio ancora, salire in macchina, una cabrio sportiva, sbattendo lo sportello.

Pragmatismo tedesco: le chiavi non servono più. In realtà, non le sono mai servite, ma da un certo punto in avanti devono essersi trasformate esclusivamente in un peso. Eppure, per chi osserva dall’esterno, la tentazione di piegare quel gesto alla logica disinteressata del dono è troppo forte. Dare – per riempire un vuoto, per ricostruire un intero, per far combaciare le due metà disperse. Perché cos’è la storia di Erika K. se non l’esito di un’unità infranta? Lei ha le chiavi, ma non la casa. Loro hanno la casa, ma non le chiavi. Lei ha Königsberg, ma non Kaliningrad. Loro hanno Kaliningrad, ma non Königsberg.

In una situazione simile donare diventa un imperativo estetico, ancor prima che etico. Ricostituire l’uno. Elargire quell’unico frammento che restituirà forma all’intero.  E non importa se quell’uno apparterrà d’ora in poi all’altro. Perché è soltanto grazie a te e al tuo dono che è tornato a esser tale.

Ma le cose non sono andate esattamente così. “Non gliele ho date”. Ah no? “No, la donna che mi ha aperto la porta non mi piaceva”.

Sconcertata, chiedo ad Erika K. di descrivermi le sue sensazioni. “Era una donna sgradevole, sulla quarantina. Ha cominciato a dire qualcosa gesticolando, poi mi ha richiuso in faccia la porta”. Cerco di immaginare la scena: un’ottantenne tedesca, accompagnata dall’interprete, che un bel giorno si materializza sulla soglia di una villa di Amalienau ed esordisce disinvolta: “Salve, questa è casa mia”. Oppure: “Io una volta abitavo qua. Le ho portato una cosa…”.

Negli anni Novanta, quando crollò l’Unione Sovietica e la regione di Kaliningrad si aprì al resto del mondo, molti tra gli abitanti locali cominciarono a temere che potessero tornare i tedeschi. A reclamare quello che gli apparteneva. Scacciandoli dalle loro case, come aveva fatto il potere sovietico quando si era trattato di dare un tetto ai suoi coloni.

Nastia mi ha raccontato di aver visto nel villaggio di Romanovo (ex Pobethen) nel 2008 dei bambini intenti a spaccare meticolosamente dei mattoni rossi prelevati da una chiesa gotica in rovina. Interrogati sul perché di quell’inconsueto passatempo, avevano risposto: “Ce l’ha ordinato il sindaco. Così, quando i tedeschi torneranno, non troveranno un bel niente”.        

D’altronde, alcuni abitanti di Kaliningrad ricordano come i tedeschi nel 1947, prima di essere deportati nella zona della Germania sotto occupazione sovietica, fracassassero di proposito i loro servizi di porcellana, pur di non lasciarli in mani russe.

Chissà che cos’avrà pensato la nuova padrona di casa, vedendo quell’anziana tedesca prender forma a un tratto davanti a sé, come l’incarnazione delle sue paure rimosse, dei suoi timori più inconfessabili…

Eppure Erika K. era venuta a donare, non a togliere!

Ora capisco il significato delle foto di Nastia, come mai abbia deciso di ritrarre da una parte Erika K., dall’altra le sue chiavi (al contrario di me, sapeva già del mancato happy end della storia). Perché in fondo quelle chiavi non le appartengono più. Non sono più né sue, né della russa “sgradevole”, ma restano sospese nel limbo di un dono abortito.

“Insomma, non è andata”, ammette Erika K., disarmandomi con un sorriso.

Insisto, le domando cosa pensi di fare adesso, ma la mia voce viene sovrastata dalle risate di Nastia e Christina. È l’una e mezza, è ora di andare a tavola a mangiare la zuppa russa di barbabietole: il boršč.

Quattro donne di tre generazioni e tre nazionalità differenti, chine in silenzio sul boršč, quasi la sua consumazione fosse questione di vita o di morte. In preda all’agitazione aggiungo alla mia scodella ben tre cucchiaiate di panna acida, come se con quell’iniezione di grassi sperassi di poter cambiare in extremis il finale della storia. Il vassoio con i mazzetti di aneto fresco si trova purtroppo dall’altra parte del tavolo, al di là dalla mia portata, e mi vergogno a chiederlo. Il boršč è straordinariamente insipido, senza traccia di carne, evidentemente Erika K. è vegetariana, oppure Christina, o forse lo sono entrambe. In compenso, i pirožki ripieni di cavolo che Nastia ha preparato con le sue mani sono eccezionali: profumati, saporiti, unti al punto giusto, quanto di più russo si possa immaginare. Sanno di fieno, di terra, di lillà, di romanzi dell’Ottocento e di fanciulle da sposare; sanno di fango, di tè, ma anche di corsetti importati da Parigi, di grosse mosche che zampettano pigre sui piattini con le marmellate e di petali di ciliegio che volteggiano piano nell’aria. Forse sanno addirittura di Heimat.

 “Ravioli?” mi domanda Christina, mentre sul suo bel volto sorridente si delinea un gigantesco punto di domanda. Intende se i pirožki sono l’equivalente dei ravioli in Italia. “Be’, non proprio, ‘panzerotti’ casomai…”. “Pan-ze-rot-ti” ripete lei assorta,  imitando alla perfezione la mia erre moscia.

A tavola la conversazione non decolla, o magari è un’impressione mia. Nastia si lamenta della terra del suo giardino, è una decina d’anni che lei e suo marito provano a trasformarlo in orto, ma non c’è niente da fare, non cresce nulla. Christina ascolta comprensiva, somministra consigli, quale terriccio usare, quanto dev’essere alto lo strato superiore. Forse anche questa è terra di risulta della guerra, penso, in fondo la Gedächtniskirche con la sua guglia spezzata dai bombardamenti è a due passi da qua.

Brandendo una bottiglia a caso, chiedo compassata ad Erika K., seduta di fronte a me, se preferisce acqua naturale o frizzante, pronta a versagliela.  “Danke schön”,  mi risponde lei e,  con la consueta naturalezza,  me la strappa quasi di mano, riempiendosi il bicchiere  da sé.

All’improvviso, ho un’illuminazione: “Ieri sera ho conosciuto un fotografo russo, Dima V. Adesso vive a Berlino, ma anche lui è di Königsb… cioè di Kaliningrad”. Silenzio. “Ho qui con me i suoi libri, perché tra poco devo scappare in aeroporto, uno è proprio su Königsberg. Vuole per caso dargli un’occhiata? Magari troverà qualcosa d’interessante”.

Dmitry Vyshemirsky, nigsberg, verzeih. Atonement for Königsberg, Königsberg, prosti. Königsberg, perdona. Quasi centoventi fotografie in bianco e nero, scattate a cavallo di due secoli e di due millenni, tra il 1999 e il 2004. L’epigrafe è di Iosif Brodskij, Cartolina dalla città di K.: “qualcuno vaga tra le rovine, rivanga / il fogliame dell’anno scorso. Il vento, / figliol prodigo, è tornato alla casa paterna / e di colpo riceve tutte le lettere”.

[…] esce felice da un androne, stringendo in pugno una pagnotta e vari cucchiai d’argento rubati.

“Ah!” Erika K. ha letto il titolo.  E nella sua esclamazione sommessa c’è più incredulità e amarezza che altro. Poi però qualcosa, miracolosamente, avviene. Una sensazione involontaria di riconoscimento, uno sfavillio improvviso negli occhi.  I binari del tram prussiano sull’acciottolato. Una donna anziana che si affaccia alla porta con aria speranzosa. Un’enorme chiesa gotica in mezzo a un bosco. E altre immagini, che Erika K. di certo non ha mai visto. Un uomo accovacciato per terra che vende un elmetto tedesco della seconda guerra mondiale e delle croci uncinate a una folla di collezionisti.  Un vecchietto che, dopo aver disseppellito un crocefisso di legno, l’ha adagiato su un cuscino di foglie secche.  Un bambino biondo che esce felice da un androne, stringendo in pugno una pagnotta e vari cucchiai d’argento rubati. E poi l’onnipresenza dell’acqua, sia allo stato liquido che solido, rappresa in ghiaccio, neve o brina. Come nella poesia di Brodskij anche nelle foto di Dima V. l’acqua è “forma addensata del Tempo” e rispecchia la persistenza di Königsberg in Kaliningrad, almeno quanto le scritte tedesche in caratteri gotici che ormai parlano non si sa bene più a chi.  Lungo la facciata di una casa si legge tuttora: Kaiserliches Postamt, Ufficio postale dell’Imperatore.  Un albero, forse sopravvissuto ai bombardamenti, vi proietta sopra la sua ombra e un cartello stradale russo ricorda che nella corsa verso il futuro è vietato superare i 30 chilometri orari.

Un albero, forse sopravvissuto ai bombardamenti, vi proietta sopra la sua ombra.

Molto più indecifrabile è il messaggio dell’acqua, il rombo delle onde che si abbattono contro i frangiflutti del molo di Baltijsk. Immense masse d’acqua che si disintegrano in nubi, appannando la lente dell’obiettivo. Fotografate da angolazioni differenti, ricorrono a intervalli irregolari all’interno del libro a mo’ di leitmotiv.  Come se anche le onde parlassero in tedesco: Königsberg, verzeih.

Erika K. richiude lentamente il libro e mi fissa: “È chiaro, per quest’uomo Königsberg è Heimat. Vorrei soltanto capire com’è possibile che la mia Heimat sia diventata anche la sua”.


Immagini:

Erika, 2019 ©Anastasia Khoroshilova
Osjorsk, (da Atonement for Königsberg), 2002 ©Dmitry Vyshemirsky
Tschernjakowsk, (da Atonement for Königsberg), 2001 ©Dmitry Vyshemirsky

Dmitry Vyshemirsky

(1958). Vive a Berlino.
Progetti principali: Königsberg, prosti/ Königsberg, verzeih/ Atonement for Königsberg (Pictorica, 2007).
Post (Revolver Publishing, 2014).
Miloserdija zhdu (sui luoghi degli ex GULAG, 1989-1991 e 1994-2006).

Anastasia Khoroshilova

(1978). Vive a Berlino.
Progetti principali:
Starye novosti/ Old News. Biblioteca Zenobiana del Temanza, Venezia, evento collaterale 54. Biennale di Arte di Venezia, 2011 (Verlag für moderne Kunst, Nürnberg, 2011).
Die Übrigen. Diehl Cube, Berlin 2015 (Hatje Cantz, 2015)
Russkie. Galleria Impronte, Laura Bulian, Milano, 2009 (EIKON/ÖIP, Wien, 2008).

è nata nel 1976 a Milano, dove abita. Dopo il dottorato di ricerca in letterature slave, ha vissuto all’estero con varie borse di studio, in Germania e a Budapest.
Attualmente assegnista di ricerca in letteratura russa presso l’Università degli Studi di Pavia, ha tradotto dal russo opere di Alexandra Petrova, Lev Šestov, Pavel Florenskij, Léon Bakst, Pavel Sanaev, Vasilij Grossman, Anton Čechov, Vasilij Golovanov e, dal polacco, testi in prosa di Wisława Szymborska, Adam Zagajewski, Hanna Krall, Stanisław Lem.
Ha pubblicato un libro sull’editoria clandestina nell’Urss ("Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990", Il Mulino, 2014) e la "Guida alla Mosca ribelle" (Voland, 2017).
Dal 2007 collabora regolarmente alle pagine culturali de «il manifesto» e di «AliasD». Ha scritto inoltre su «Diario della settimana», «Galatea», «Pagina 99» e «alfabeta2».

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