Le ore sparse. Note intorno a una tela di Helene Schjerfbeck

Incomincia un autoritratto nel 1913, lascia passare 13 anni e nel 1926 lo riprende e lo cambia. “Completo un’immagine di me giovane, posandovi la mia vecchia bocca – eccomi libera.” È così che Helene Schjerfbeck descrive il dipinto che qui ci interessa ad Einart Reuter, figura importante nella sua biografia, il 3 ottobre del 1926.
Dirò soltanto, per il momento, l’emozione che serra il cuore quando si ci si attarda ad osservare l’autoritratto di Hélène Schjerfbeck, oggi è al Porin taidemuseum in Finlandia, nella collezione di Marie Gullichse. Un quadro di assai modeste dimensioni – 32 x 24 cm – a tecnica mista. Ciò che si scorge, a un primo sguardo, è un volto di donna di finissima dolcezza ed enigmaticità.

Olio, acquarello e carboncino si mantengono su toni cenere e la tenue dissimetria delle linee introduce un essere singolarmente reale, prossimo e tangibile. Ma ancor prima che sia possibile concentrarsi sull’identità che le tracce disegnano sulla tela, ancor prima di identificare nel volto quello di Helene Schjerfbeck, uno dei maestri nel 900 ad eccellere nel genere dell’autoritratto, si è con lei. Ed è la vita interiore che dal quadro si sprigiona a trovarci con una forza che sembra toccarci all’improvviso, rivelare in noi con l’intensità e la sorpresa di uno sbalzo, qualcosa di lontano con una precisione e una delicatezza che ci destabilizzano.
Ma ecco forse uno sguardo (benché gli occhi ci parlino appena), probabilmente un sorriso, quanto insomma vi è di più difficile da tradurre o definire, che già ci ingiunge di rispondere silenziosamente nel nostro intimo a tanta misteriosa bellezza …
Non ci si può sottrarre in ogni caso. Non ci si può sottrarre a questo rapporto che comunica senza parole. Nella loro gravità si disegnano i contorni e il tratto raggiunge il vedere.
Una donna. Dolcemente.
La sua esistenza, vale a dire quel suo uscire da sé, che cosa ci dice e che cosa ci dà da vedere? Che cosa, soprattutto ci illude e ci permette di comprenderla subito?
Che cosa trova lì espressione con tale audacia e chiarezza?
Ogni pittura è osservazione segreta di una misura naturale che spaventa e particolarmente questa di chi, pittrice, dipinge sé stessa (Ogni pittore dipinge sé ci insegna Pontévia).
Spaventa poiché è come se questo quadro dai tratti sottili, talvolta leggeri leggeri, tal altra violenti e neri ci raccontasse che una misura – ogni misura – anziché limitare serve ad aprire quel che definisce, verso una dimensione che nulla (nessuna prospettiva, nessuna tecnica, nessun “metodo”) controlla. Quale rigore tuttavia per raccontare la persona!
“Manca sempre il tocco finale a un’opera d’arte, quel che è compiuto è morto” scriverà nel 1928 a Dora Estlander, Helene Schjerfbeck, reclamando il diritto di rompere con l’abitudine e con quanto banalmente troppo spesso ci si attende dall’opera d’arte.

Cosa ci parla così da vicino in questo quadro che cambia 13 anni dopo essere stato dipinto? Verso cosa tende la scelta di riprenderne l’esecuzione e tornare a dipingere? Il quadro, come oggi lo conosciamo, miracolo di inverosimile equilibrio, in quale misterioso stato sposta la nostra immaginazione?
L’instabilità si fa rivelazione. Una pratica dell’insicurezza e un esercizio del rischio e dell’imprudenza diventano, osservandolo, avvisaglie di vita, raggiungono un’intensità, un’immediatezza che lasciano senza respiro per l’aria di verità che attraverso di esse si respira.
Chiaro, chiaro, nella meraviglia del segno. Gamme di limpidezza. Acquerello e grigio chiaro, olio, bianco lavorato e carboncino, trattati con quel che gli antichi chiamavano grazia, qui sembrano prospettare un’esigenza: sorpassare la mira, cercare, dipingere. Dipingere, cercare. Farlo con grande economia di mezzi ritraendo da quanto appare in superficie, anche grazie a una semplice macchia, le ultime profondità dell’io (“non abbiamo bisogno di enumerare tutti i dettagli, è sempre per suggestione che ci si avvicina alla verità”).
D’eleganza nera l’identità al principio è d’accidenti e polvere, sembra accennare in questo piccolo autoritratto Helene Schjerfbeck e ciò che accade in un volto non dista da quel che accade in ogni più recondito e intimo sconvolgimento o nella storia. Non esamineremo qui la lunga straordinaria serie di autoritratti di quest’autrice, il richiamo, istante per istante, un passo ancora, verso la vita, verso la morte di cui parla la sua pittura, non ci occuperemo qui di questa teoria di volti, di volti tra morte e vita che occupano una buona parte della sua opera e meriterebbero tuttavia, quanto i misteriosi dipinti che chiamava reincarnazioni, un lungo studio. Ma cosa ci sussurra a labbra chiuse con i suoi tratti di meraviglia e di sorpresa, nel suo spezzare quasi per gioco tutti i legami che la uniscono alla bella pittura, nel suo condurci altrove, nel gesto e nella sua precisione capace di sentire l’infinito, l’Helene Schjerfbeck, soggetto ermeticamente aperto, ritratto in questo quadro dall’Helene Schjerfbeck pittrice?
“Completo un’immagine di me giovane posandovi la mia vecchia bocca – eccomi libera.”

Non soltanto, forse, ogni ritratto è la storia dell’incontro tra quel che il tempo ha detto in un volto e quel che il volto ha risposto a voce così bassa da lasciarsi sentire. Ma questa sorta di bellezza suprema del cambiare, si svela in Helene Schjerfbeck con una selvatichezza senza paura che è la stessa che s’alza da ogni vita.
Nulla, essenzialmente, di ciò che accade conosce altro modo di crescere che quello di trasgredire rispetto alla propria promessa. Ma il tempo si deposita e il quadro assumendo la ricchezza della propria incomunicabilità è così questa serenità che non abbandona la rivolta, che non ha nulla di una chiusura, che riporta al qui e all’ora dei suoi segni, dei suoi graffi, della sua composizione, che urla con tutto il rimosso della propria avventura. L’autoritratto di Helene Schjerfbeck, circostanza che nessuno di noi saprebbe in un primo momento indovinare, ritrae minuziosamente, non smette di ritrarre e liberare tredici lunghi anni di quel volto, le loro ore sparse che solo a un primo sguardo disattento si può osare pensare che non siano sulla tela.

(Genova, 1970) Scrittore e filosofo. Insegna Teoria e Pratica dell'arte contemporanea all'ECAL di Losanna e Teoria delle Immagini all'Ecole Nationale Supérieure des Arts de Paris Cergy dove è responsabile di due linee di ricerca: 'Come pensare per Immagini 'e 'Leggere nelle cose.' Ha fondato e dirige la rivista "Chorus Una Costellazione" nonché un suo supplemento non periodico in francese : "Paysage Ouvert". Autore di diversi saggi sulle arti e la letteratura ha ricoperto sovente il ruolo di curatore e direttore di programma presso diverse istituzioni internazionali. Ha tradotto in italiano numerosi autori (tra gli altri Jean-Christophe Bailly, Edmond Jabès, Alain de Libera, Philippe Lacoue-Labarthe, Roger Laporte, Michel Leiris, Tomas Maia, Jean-Luc Nancy, Jean-Marie Pontevia), oltre che, in francese con Philippe Lacoue-Labarthe, i racconti su Auschwitz di Giorgio Caproni “Cartoline di un viaggio in Polonia” (Bordeaux, 2004). Ha creato nel 2012 un centro di residenze alternativo per giovani artisti (Piccole Baie): privilegiando il rapporto diretto con questi, è coinvolto in prima persona in numerosi progetti d'artista, senza privarsi della possibilità di operare talvolta egli stesso sotto pseudonimo, coltivando l'incompetenza come una forma di sapere sconsigliabile ma fertile, nel cinema e nella fotografia.