La sofferenza del mondo è insostenibile. Sull'ultimo Ken Loach

Con il suo ultimo film, Sorry We Missed You, Ken Loach è riuscito a liberarsi di ogni retorica, di ogni orpello ideologico e ha lasciato solo la realtà sullo schermo, senza per questo rinunciare a un lungometraggio perfetto nei tempi, nel montaggio, nella trama. E’ un film, il suo, che non racconta nulla, al di fuori della sola cosa che forse si possa raccontare oggi: l’insostenibilità della sofferenza che ci circonda e che i nostri occhi, distratti da una mirandola infinita di immagini, si ostinano a non voler vedere.

Per quasi due ore, sono rimasto impietrito davanti allo schermo, non riuscendo a fare altro che chiedermi come reggere quel dolore, come giustificare la mia esistenza, i miei problemi, le mie ridicole pretese culturali, intellettuali, esistenziali.

Come reggere il dolore di un’umanità umiliata, di una vita offesa, ovunque, qui, ora, di fianco a me?  Come giustificare il mio privilegio, come non farmi complice di questo sfruttamento diffuso e rimosso? Con quali occhi guardare questo mondo, le mani, i corpi piegati, gli sguardi umiliati, le rabbie represse, i silenzi senza speranza, i futuri spezzati? E cosa dire? Che parole usare per non trasformare tutto nella imperdonabile pagliacciata da intellettuali che discettano del nulla, per compiacersi della parola elegante, del pensiero arguto, dell’abilità dialettica?

Ho provato vergogna, rabbia e ho moltiplicato in me l’inquietudine di un’interrogazione sulle responsabilità degli intellettuali, oggi, sul marciume e la commistione che ovunque regna, sulle autoassoluzioni di produttori di merda culturale che poi scrivono poesie liriche ed elitarie, sui reucci del “bisogna pur vivere”, sui professionisti del compromesso, sui benpensanti del “no, grazie li ho già dati al tuo amico… non insistere!”. E ho riflettuto anche su quelli come me, quelli che sono vissuti nel privilegio, da sempre, privilegio economico, privilegio culturale, privilegio sociale. Questo film è un pugno in faccia per tutti noi: fa male.

Loach tocca il reale, lasciando che sia il reale a toccarci, a infilarsi nella nostra carne come una lama. E ci lascia sanguinanti, facendoci sperimentare il dolore. E’ questo che un film può fare; è questo che la cultura deve fare. Se volete una bella serata, un qualcosa di cui parlare, non andate a vedere questo film. Se volete sgonfiare il vostro ego, se volete mutare il vostro sguardo e sentire quanto faccia male la vita, quanto sia doloroso vivere per molti, varcate la soglia del cinema.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).