Viso

1.

La verità di una identità (ammesso che due questioni come “verità” e “identità” siano afferrabili o stabili al punto da lasciarsi catturare da una frase)… la verità di una identità – diciamo comunque – non sta solo in quel che si mostra ma anche e forse soprattutto in ciò che si nasconde. E ancora di più, sta nel modo del celare.

Il nascondere, e l’esplicitazione del gesto (= il mostrare il nascondere), il modo del nascondere, sono anche (o possono avere forma di) allegoria più ampia, che non è collegata a ciò che si cela (dunque a un ego o vólto che tenta di togliersi alla vista dell’altro, e cerca così di ridursi: la famosa “riduzione dell’io”) ma pure a un contesto più ampio. Si può fare l’esempio della statua berniniana del Nilo? Plausibile.

È noto: il volto appare coperto perché, nel 1650-51 (quando il Fancelli scolpì materialmente la statua), del fiume non si conoscevano le sorgenti. Chi non vede non sa da dove viene e, in tutta logica, ancor meno sa dove sta andando. Semplicemente, è – nel caso dei ritratti nel libro di Silvia Bordini – catturato entro il passaggio dato dalla pagina fotografica, è nello scivolamento, nel punto assottigliato che non è tale, non è un punto, non geometria tattilmente=temporalmente esperibile ma solo snodo di flusso, microsuperficie di frizione senza contatto tra il non più e il non ancora. Un pixel o quark che così non esiste per chi si ferma alla banalità fluttuante della storia (narrata).

Nell’istante già sparito dello scatto (o da prima o da sempre) si abita nell’intercapedine, intacca e intaglio, piega e fenditura, che – direbbe Bene con Deleuze – è aiòn (αἰών) opposto a chronos. Lo smagarsi, smagrirsi, diminuirsi, distogliersi, fuorviarsi, delirare/delirarsi del segno primario della figura umana: l’occhio, lo sguardo, che vedrebbe, non è visibile – ergo, non c’è il visibile. (Chi fotografa, anche lui/lei cela lo sguardo: un occhio è chiuso e l’altro incollato alla macchina).

Così, quando dal fotografo e dal suo s/oggetto sono tolti sia l’esser visto dell’occhio sia la facoltà del vedere dall’occhio, resta l’innocenza del non luogo (a procedere): e lo scivolamento, l’istante che appunto non sembrerebbe avere diritto di esistenza, toglie consistenza al mondo.

2.

Chi si copre il volto, chi ha il volto coperto, e ha interdetto il vedere, lo sguardo, allegorizza nello stesso momento il non vedere dell’altro, di chi osserva l’accecato (l’accecantesi). (L’Edipo puntiforme).

De te fabula narratur, dice il luogo vieto-utile di Orazio.

Chi, osservato, si scherma allegorizza l’ignoto che riguarda lo stesso osservatore.

I bambini piccoli, per scherzo, si nascondono solo col coprirsi gli occhi: pensando così, non vedendo loro, di non essere visti. Si tratta del momento unico nella storia individuale in cui lo sguardo dell’altro e il mio coincidono? Facile: l’io bambino, questa ancora incompleta (lacaniana) patologia, gode sé come intero, e non si “sa” ancora intero. Nel momento in cui si chiude a sé, pensa che sia interdetto tutto, di sé, anche per l’altro.

3.

Al(l’ulteriormente) sodo: ci si copre il volto anche per non vedere. Non vedere l’esser visto; non vedere la fissazione in immagine (il furto dell’anima, a cui accenna pure S.B. in chiusura di libro). E:

Per non vedere il mondo.

Per non uscire dal libro.

Per chiedere di chiudere il libro, o aprirlo alla pagina successiva.

Per chiedere di aprire il volto di un altro, dunque.

(“Andate avanti, via, muovetevi, al prossimo scatto”)

4.

Poniamo mente al fatto che il libro è ospitato da una collana che si intitola Le forme del linguaggio. Che, dunque, assimila questi ritratti fotografici a frammenti di idiomi, linguaggi, sistemi di segni. È un abbecedario.

5.

Il volto celato è non passibile di parodia, ironia, scherno, perfino giudizio. Non è visto e così in fondo non è affatto viso (visus, l’origine latina).

Si sottrae alla giustizia, alla foto segnaletica, allo spettacolo e mercato delle immagini.

Chi non rammenta le tante e varie sequenze televisive di “arresti eccellenti” (e non)? L’arrestato, con manette o meno, nega il volto alle telecamere. Alza un giornale, una giacca, tuffa la testa dietro i polsi alzati uniti.

Questo libro è una specie di elogio del contrario del selfie. La foto non è presa nemmeno dal soggetto (dell’inconscio), non ritrae l’io, il viso non è visto. 

(Il “visto” è il documento di viaggio. Si viaggia dunque senza documento; o si cede all’immobilità). (“Non muoverti, ora scatto”).

6.

7.

Jacques Derrida, Otobiographies (1984), tr. it. di R.Panattoni, Il Poligrafo, Padova 1993, p. 87:

Lo studente ascolta. Quando egli parla, quando guarda, quando cammina, quando è in società, quando si occupa di arte, in breve quando vive, egli è autonomo, ossia indipendente dall’istituto di cultura. Anzi di frequente lo studente scrive anche mentre ascolta. Questi sono i momenti in cui egli è attaccato al cordone ombelicale dell’università […]
Immaginate questo ombelico, esso vi tiene per l’orecchio, è un orecchio che vi detta quello che state scrivendo, in quel modo che si chiama “prendere appunti”. Infatti la madre, la cattiva o la falsa, quella che l’insegnante, funzionario di Stato, non può che simulare, vi detta proprio quello che, passando per il vostro orecchio, segue il cordone fino alla vostra stenografia. Quest’ultima vi unisce, come un guinzaglio a forma di cordone ombelicale, al ventre paterno dello Stato. La vostra penna è la sua, voi tenete la sua telescrivente come quelle Bic attaccate negli uffici postali con una cordicella, e tutti i movimenti sono indotti a partire dal corpo del padre che rappresenta l’alma mater. Il modo in cui un cordone ombelicale può unire a questo mostro freddo che è un padre morto – o lo Stato, ecco l’uneimliche.

Nel caso del volto ritratto: è il viso a essere “annotato”, proprio “preso” = intento/fotografato e tradíto in quella iridescenza di lineamenti prevedibili che non è più lo Stato (uno stato di fatto, prima di uno stato di diritto) ma la pre-scrizione di viso che la società liquida tecnologica che conosciamo implica, dispiega in millanta forme. (Meglio: che conosce e ri/conosce). (E che fa riconoscere alle macchine: tecnologie di riconoscimento facciale; invenzione ex novo di migliaia di volti inesistenti ma tutti plausibili, grazie ad un software basato su algoritmi di intelligenza artificiale:  https://www.wired.it/gadget/computer/2019/02/15/sito-generatore-volti/). Niente di tutto questo, qui, in effetti, di fatto. Non c’è viso.

Silvia Bordini, A viso aperto

IkonaLíber, Roma 2019

pp. 112, f.to cm. 15×21, € 15,00

ISBN 9788897778622

http://www.ikona.net/silvia-bordini-a-viso-aperto


https://issuu.com/ikonaliber/docs/a_viso_aperto_ikonaliber

è tra i fondatori di gammm.org (2006). Vive a Roma dove lavora come lettore per case editrici, traduttore e, talvolta, libraio freelance. È redattore di spazi web italiani e anglofoni. Cura la collana “SYN – scritture di ricerca” per le edizioni IkonaLíber.
Suoi scritti critici e testi in prosa e in poesia sono usciti in riviste tra cui «il verri», «alfabeta2», «l’immaginazione», «il manifesto», «Nuovi argomenti», «Semicerchio»; e, in inglese, «Aufgabe», «Journal of Italian Translation», «Or», «Capitalism, Nature, Socialism». Tra i libri di poesia: "La casa esposta" (Le Lettere, 2007), "Shelter" (Donzelli, 2010), "Storia dei minuti" (Transeuropa, 2010), "Maniera nera" (Aragno, 2015), "Strettoie" (Arcipelago Itaca, 2017). In prosa: "Quasi tutti "(Polìmata, 2010; "Miraggi", 2018) e "Il paziente crede di essere" (Gorilla Sapiens, 2016). Con i redattori di gammm è nel libro collettivo "Prosa in prosa" (Le Lettere, 2009). Per Sossella nel 2008 ha curato una ampia raccolta antologica di testi di Roberto Roversi. Ha tradotto "Billy the Kid", di Jack Spicer (La camera verde, 2014).
Come artista e asemic writer ha esposto in Italia e fuori, è presente in cataloghi di mostre collettive, e ha pubblicato libri di materiali asemici.

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