Là e dopo, il bisogno. Una visita al Prado

Al Prado, prima di entrare, ho visto la folla di persone in una coda ferma, al freddo e sotto una pioggia battente. Il mio privilegio di passare davanti a tutti, a causa di un credito concesso per la lezione di Ecfrasi (*) tenuta il giorno precedente, aumentava un disagio di ordine morale, rispetto al bisogno e alla fatica degli altri; e anche in raffronto al fatto che io non avrei fatto la coda in quelle condizioni, neppure se avessi saputo che non avrei mai più potuto vedere Las Meninas in vita mia. E disagio anche per il fatto di sentire il privilegio come tale, perché l’arte non deve essere un privilegio, anche quando si trovi nel più potente museo d’arte del mondo: il Prado.

Il 15 Aprile 1995 feci una coda altrettanto lunga, ma era più veloce: era per il pane, a Kiev, dove mi trovavo per la rappresentazione di Amleto. La veemente esteriorità della morte di un mollusco, con la mia Compagnia di teatro. Ci pagarono con lardo, vodka e cetrioli sotto-aceto. Mancava il pane, così andai a comperarlo. Superato un passaggio sotterraneo, dove funzionava un neon su dieci, tra cambiavalute e venditori di un paio di (proprie) scarpe e polli tenuti per il collo, riemersa in superficie trovai la coda. Riferisco questo episodio perché non posso non mettere a confronto queste due code: una per il pane e una per l’arte. A Kiev c’era un bisogno. Anche al Prado c’era un bisogno.

Questo scritto vuole confrontare questi due ordini di bisogno. Due oggetti chiaramente emblematici. Nel caso del pane c’è un orizzonte di consumazione, masticazione, caloria e metabolismo: qui c’è un uso. Nel caso dell’arte c’è un orizzonte di apprendimento di sensibilità: qui c’è un acquisto. Intendo acquisto di uno stato dell’essere che sublima il possedimento materiale verso una sensibilità che si può possedere. La coda del pane è indispensabile per produrre calorie utili a muoversi. La coda del pane permette anche lo sforzo per affrontare la coda per l’arte. Non viceversa. La coda per l’arte non favorisce la coda per il pane. La coda per l’arte vale forse per riuscire a vedere qualcosa che non si vedrebbe mai più in vita? E questo è così importante da accettare di perdere ore di vita? Non sarebbe meglio fare subito qualcosa e sviluppare calore con gesti o con parole? Non sarebbe meglio generare?

La coda per il pane è un abominio. Lo è stata in tutte le epoche della civiltà umana basata sulla cerealicoltura. Il pane, come l’acqua, sono il minimo per sviluppare calore, perciò occorrono per vivere, e tutti gli aumenti del costo del pane hanno determinato proteste e lotte sanguinose nella storia. Ciò nonostante, quando il pane scarseggia, si fa per forza la coda e la si fa anche per chi non ha la forza di farla. Ma l’arte non scarseggia, e la coda viene fatta nei luoghi dell’abbondanza, aperti a tutti. Qui, ciò che scarseggia è soltanto il tempo in rapporto al luogo.

Il tempo in rapporto al luogo è ciò che delinea la nozione di viaggio. Qui, ciò che scarseggia e che si cerca è il viaggio, che è sia fisicamente, sia mentalmente un cambiamento. Cambiamento di luogo e di stato. E’ il senso di una potenza che posso acquistare. Una potenza diversa da quella che mi offre il pane, perché la trasformazione che attua può durare e non si estingue –come il pane– nell’evacuazione. Questo viaggio può durare, questa potenza può durare finché dura la vita, mentre il pane può soltanto mantenere in vita.

L’arte tocca quella parte della mente che funziona a forza di spirito. L’umanità ha bisogno di rispondere a questa parte della mente sempre molto domandante, tuttavia fino ad ora non ha mai fatto code per soddisfare questo bisogno. Non ha mai fatto proteste e rivolte sanguinose per questo. Avverrà mai? Di fronte alla coda dell’arte, mettendo cioè l’arte sullo stesso piano del pane, ammettiamo che dell’arte proprio non possiamo farne a meno. Potrebbe essere vero, ma non stando in una coda. Dovrebbe essere vero, ma creando.

Non siamo artisti? Non importa. Ricominciamo a fidarci della tecnica. Non siamo esperti? Non abbiamo idea di cosa fare? Non importa. Fidiamoci delle materie e degli attrezzi. Da soli, ci faranno fare cose che non avremmo mai pensato di riuscire a fare. Non sappiamo da dove cominciare per creare? Pensiamo alle prime cose che facciamo al mattino. Ognuna di queste cose, tu, comincia a celebrarla con scelte di colori e di forme, con stoffe, nappe, metalli, passamanerie che piano piano dovranno modificare il tuo mondo, che piano piano costruiranno un abito e un’abitudine di vita.

Non sei un artigiano? Comincia dalle piccole cose. Un portasapone. Una tazza che compri in giro, su cui disegnerai un monogramma. Non hai idea di come fare il monogramma? Schizza continuamente forme quando fai i viaggi in treno. Quando non ti viene in mente niente, consulta libri purchessia sugli incas, sugli incunaboli medievali, sugli haiku giapponesi. Non c’è più da scandalizzarsi se attingi da fonti così eterogenee e incoerenti. Non c’è più un popolo, non c’è più un orizzonte di vita comune, non ci sono più favole e miti di fondazione comune. L’età moderna ci ha destinati da tempo a essere individui.

Lo stato neo-artigianale è in salita. Dapprincipio non proveremo alcun senso di liberazione e nessun ritorno a madre natura. Ma sarà spontaneo formare un posto e il tempo che passiamo nei posti. Poi capiterà il bisogno di trovarci a discutere insieme di nuovo. Assumiamo questa condizione con spirito eclettico, ma inventivo e auto-rigoroso; auto-ricostruttivo di un orizzonte. Ecco tutto quello che si può fare per esprimere il bisogno dell’arte che quella coda tradisce e non potrà mai soddisfare. Ma il bisogno resta vero. Il turismo d’arte di massa rimanda alla massa proletaria che vuole il pane. Ma la massa riuscirà a fare propria l’arte? Riuscirà veramente a usarla?

Se pensate che io stia scrivendo paradossi o che stia criticando queste persone disposte al sacrificio del tempo passato sotto la pioggia battente e al freddo, vi sbagliate. Si tratta di riflettere, ora, su questi due emblemi: pane e arte; uso e acquisto. Gli esempi di neo-artigianato a partire da zero non ci devono rendere scettici nei confronti di un atteggiamento che giudichiamo frettolosamente naïf. Altre volte è capitato nella storia. E’ capitato, intendo, di ricominciare da quello che si aveva tra le mani, e spesso ciò che si aveva era una tabula rasa, con una spaventosa incapacità tecnica. Il mio è un inno all’arte dell’uso, non temete: non impediremo ai grandi artisti di ritornare, ma ora tocca a determinati principianti. No dilettanti, no hobby, ma pratica severa, artigianato armato, nella consapevolezza che ora tocca a noi usare l’arte. Si tratta di vedere come riuscire a usare l’arte, per capire tutto il sacrificio della coda.

(*) Seminario sull’Ecfrasi, Museo del Prado, Madrid, 29 e 30 Novembre 2019, promosso e organizzato dal Festival de Otoño di Madrid, diretto da Carlota Ferrer.

Leggi anche la seconda parte di Là e dopo, il bisogno. Una visita al Prado.

Drammaturga. Ha fondato diverse scuole cicliche di movimento ritmico, le più importanti delle quali sono state Stoa e Mòra. Quest’ultima si è trasformata in una compagnia di danza. Ha fondato con Romeo Castellucci, Chiara Guidi e Paolo Guidi la Societas Raffaello Sanzio, una compagnia di teatro attiva fino al 2006. Si è formata al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti di Bologna, nella sezione di Pittura, e da allora ha continuato a produrre arte. Nel 2014 fonda la Scuola Cònia, un corso estivo di Tecnica della rappresentazione, assieme ad altri docenti. Scrive e pubblica diversi testi di drammaturgia, di teoria della scena e di arte scolastica. Tra questi, "Setta. Scuola di tecnica drammatica" (Quodlibet 2015).

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