Dacci oggi la nostra immagine quotidiana

Seduto al bar, guardo una ragazza immobile davanti alla sua brioche e al suo cappuccino. Le mani congiunte, estremamente concentrata, la testa piegata in avanti, gli occhi rivolti verso il basso. Sembrerebbe in una posizione di preghiera, se non fosse che tra le mani, ben stretto, quasi invisibile, c’è uno smartphone, il punctum dell’immagine, quel dettaglio che fa assumere al quadro generale un significato inatteso. 

Nulla di nuovo, in realtà. Quella da me appena vissuta, ora, in questo bar un po’ retro di una Milano postnatalizia, è un’esperienza tra le più comuni dell’ultimo decennio. Non solo ognuno di noi ha potuto assistere a una scena simile, ma, più o meno, a tutti è capitato di fotografare il proprio cibo e di condividerlo su una delle tante piattaforme digitali, pubbliche o private che fossero. Quello del selfiefood è un fenomeno che assume svariate sfumature e che coinvolge, secondo dati nemmeno troppo recenti, circa il 30% degli italiani. Togliendo gli analfabeti digitali, è una percentuale impressionante, indice di qualcosa di più che una stravaganza, ma che assume, anzi, i tratti caratteristici di un’esperienza sociale fondante dell’odierna civiltà. Stando alle statistiche, almeno una persona su tre, non in modo continuativo, sente l’esigenza di fotografare il proprio piatto prima di mangiare. Sente, cioè, l’urgenza di far diventare la concretezza del cibo un’immagine e, una volta creata l’immagine, di condividerla. Non condivide il pane, ma l’immagine del pane; rende grazia del cibo ricevuto, condividendolo con i propri “amici”, in una sorta di eukharistía post-moderna. 

In questo bar, come in ogni dove, partecipiamo alla riattivazione di un rito plurimillenario, nella totale inconsapevolezza della ripetizione. Siamo, sicuramente, di fronte a una secolarizzazione radicale (Weber) e a una sopravvivenza iconografica (Warburg). Le mani congiunte, la contemplazione del cibo, l’instaurarsi di un rito, di una serie di procedure che impongono prima del consumo la trasformazione della materia in qualcosa di altro, l’immagine con tutto il suo portato simbolico, tutto rinvia a una forma di liturgia, a una preghiera senza dio, in cui la formula del Padre nostro – “Padre, dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6, 11) – si metamorfizza in un inedito “dacci oggi la nostra immagine quotidiana”, orfana di ogni Padre, di ogni trascendenza assoluta. L’immagine vive della e nella sola condivisione all’interno di una rete senza vertice: immagine di una società non più a struttura piramidale ma rizomatica: ecumenismo della globalizzazione digitale.

Ma questa sovraespozione individuale, dai tratti esibizionistici, questa pornografia alimentare (food porn è l’hashtag che le è più spesso abbinato) denota, al di là della riduzione dell’esistenza al suo aspetto scopico e all’evidente smaterializzazione del reale, con le sue conseguenti falsificazioni e cosmesi, anche un sentimento e una necessità di condivisione, molto concreta e impellente. La pornografia contemporanea, in tutte le sue forme, parla, ci parla, parla in noi, di una solitudine ontologica inedita e di una estraneazione, mai esperita prima, dall’hic et nunc. Ci parla, per dirla con Benjamin, di una perdita dell’aura della vita, di uno svanire della sua unicità irripetibile, della sua consumabilità finita (che, chiaramente, porta con sé anche una inconsapevolezza di tutto quello che sta “dietro” al reale; per fermarsi al cibo, dell’enorme ciclo che tiene insieme la terra, il lavoro, le pratiche viventi, gli equilibri dell’ecosistema, ecc.). Noi non siamo più qui, ma sempre altrove, e non abbiamo più un ora; siamo nella rete infinita dei rimandi, delle “condivisioni”, che avvengono in un mondo privo di materia, di tempo e fatto solo di immagini. Siamo immagini tra altre immagini. Attraverso la condivisione delle immagini – attraverso la nostra immagine quotidiana – cerchiamo di salvare ciò che non può essere salvato e che non è pensato per essere salvato, ma semplicemente consumato: la vita. In fondo, in questo bar, nella preghiera-smartphone di quella ragazza, è racchiuso il tentativo estremo di una comunione e di una salvezza in un orizzonte di senso in cui non c’è più nessuno che ci possa salvare, nessun Padre e nessun Figlio. Forse, per la prima volta, l’uomo sente davvero di essere un “segno di nulla” (Hölderlin), un segno che non rinvia a nulla. Un segno che rinvia al suo nulla di essenza, a un’essenza che non riposa in alcun cielo, in alcun sol dell’avvenire, in alcun dio. Non ci resta che una condivisione senza salvezza, esposta alla propria povertà e inconsistenza. L’uomo, un’immagine di nulla – o, forse, e non è per niente escluso, un’immagine da nulla.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).